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Arthur Koestler, il ribelle che passò da Stalin a Gerusalemme

Scrittore, giornalista e militante politico, attraversò le grandi illusioni del Novecento e vide nel sionismo una risposta concreta alla tragedia degli ebrei europei

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
Arthur Koestler, il ribelle che passò da Stalin a Gerusalemme

Pochi intellettuali del Novecento hanno vissuto tante vite quante ne ha vissute Arthur Koestler. Comunista fervente, prigioniero di guerra, giornalista, sionista, antitotalitario, romanziere e polemista instancabile, attraversò il secolo delle ideologie con una caratteristica rara, e cioè il coraggio di ammettere i propri errori.

Nato a Budapest nel 1905 in una famiglia ebraica dell’Impero austro-ungarico, Koestler apparteneva a quella generazione di ebrei dell’Europa centrale che crebbe in un mondo apparentemente stabile e civile e che vide poi quel mondo crollare sotto il peso dei nazionalismi, delle dittature e dell’antisemitismo. Da giovane studiò a Vienna, dove entrò in contatto con il movimento sionista. Nel 1926 lasciò l’università e partì per la Palestina mandataria, allora amministrata dalla Gran Bretagna.

Per alcuni anni lavorò in un kibbutz e partecipò direttamente alla costruzione del progetto sionista. L’esperienza non lo trasformò in un credente senza dubbi. Koestler conservò sempre uno spirito critico e una certa insofferenza verso ogni ortodossia. Tuttavia la Palestina ebraica gli lasciò un’impressione profonda. Vide con i propri occhi una comunità che cercava di costruire istituzioni, città, fattorie, scuole e università in una terra che gli ebrei consideravano la propria patria storica.

Negli anni successivi il suo interesse si spostò verso il comunismo. Come molti intellettuali europei degli anni Trenta, rimase affascinato dall’idea che l’Unione Sovietica potesse rappresentare una risposta alla crisi della democrazia liberale e all’avanzata del fascismo. Entrò nel Partito comunista tedesco e lavorò come giornalista militante. La guerra civile spagnola e soprattutto la scoperta dei crimini staliniani lo portarono però a una rottura traumatica.

Da quella esperienza nacque il libro che lo avrebbe reso celebre in tutto il mondo, Buio a mezzogiorno, pubblicato nel 1940. Attraverso la storia di un vecchio rivoluzionario travolto dalle purghe sovietiche, Koestler descrisse con impressionante lucidità il meccanismo psicologico e politico dei regimi totalitari. Fu uno dei primi grandi intellettuali europei provenienti dalla sinistra rivoluzionaria a denunciare apertamente la natura criminale dello stalinismo.

La sua vicenda personale e politica lo rese particolarmente sensibile alla questione ebraica. Mentre molti osservatori occidentali continuavano a considerare il sionismo come una semplice variante del nazionalismo europeo, Koestler guardava agli avvenimenti con occhi diversi. Aveva visto l’Europa trasformarsi nel più grande cimitero ebraico della storia. Sapeva che milioni di ebrei non avevano avuto alcun luogo nel quale rifugiarsi quando il continente precipitò nella barbarie.

Nel 1949 pubblicò Promise and Fulfilment, uno dei libri più importanti mai scritti da un intellettuale europeo non residente in Israele sulla nascita dello Stato ebraico. L’opera raccontava la storia del sionismo e della creazione di Israele senza il tono apologetico tipico della propaganda. Koestler era troppo intelligente per trasformarsi in un agiografo. Ciò che emergeva dalle sue pagine era piuttosto la convinzione che il ritorno degli ebrei alla sovranità politica fosse diventato una necessità storica.

A differenza di molti critici contemporanei, Koestler non partiva da teorie astratte ma dai fatti. Dopo Auschwitz, dopo Treblinka, dopo la distruzione delle comunità ebraiche dell’Europa orientale, la questione non riguardava più l’opportunità filosofica di uno Stato ebraico. Riguardava la sopravvivenza concreta di un popolo che aveva scoperto quanto fragile fosse la protezione offerta dalle società europee.

Questa posizione lo portò a scontrarsi con una parte dell’intellighenzia occidentale che guardava con crescente ostilità a Israele. Koestler conosceva bene i limiti e gli errori dei dirigenti sionisti, ma considerava profondamente ingiusto giudicare il progetto israeliano ignorando il contesto storico dal quale era nato. Per lui Israele rappresentava prima di tutto una risposta politica a una tragedia politica.

Come accadde ad altri intellettuali ebrei della sua generazione, il rapporto con la propria identità fu complesso. Non era un uomo religioso e non nutriva particolare interesse per la pratica ebraica. La sua appartenenza all’ebraismo era soprattutto storica e culturale. Proprio questa distanza gli consentì di osservare il sionismo con uno sguardo insieme partecipe e critico.

Negli ultimi decenni della sua vita continuò a scrivere su argomenti diversissimi, dalla scienza alla filosofia, dalla psicologia alla politica. Alcune sue opere successive suscitarono polemiche e critiche severe. Nessuna di esse riuscì però a cancellare il contributo fondamentale che aveva dato alla comprensione del totalitarismo e alla riflessione sulla condizione ebraica nel Novecento.

Arthur Koestler morì a Londra nel 1983. Aveva attraversato alcune delle più grandi illusioni del suo tempo e ne era uscito con una convinzione semplice: le idee valgono poco quando ignorano la realtà umana. È una lezione che attraversa tutta la sua opera, da Buio a mezzogiorno a Promise and Fulfilment. E forse spiega perché, a distanza di tanti anni, la sua voce continua a parlare con una chiarezza che molti dei suoi contemporanei hanno perduto.


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