Fra i grandi intellettuali tedeschi del Novecento, Karl Jaspers occupa un posto particolare. Non ha il fascino letterario di Thomas Mann, non possiede la fama planetaria di Martin Heidegger, non è diventato un simbolo mediatico come Hannah Arendt. Eppure, quando la Germania uscì dalle macerie del nazismo, fu una delle pochissime voci capaci di affrontare la domanda che quasi tutti volevano evitare: chi era responsabile di ciò che era accaduto?
Jaspers non era ebreo. Nato nel 1883 a Oldenburg, formatosi come medico prima di dedicarsi alla filosofia, aveva costruito una delle riflessioni più profonde sull’esistenza umana, sulla libertà e sulla responsabilità individuale. Ma la sua vita venne travolta dall’avvento del Terzo Reich. Sua moglie, Gertrud Mayer, era ebrea. Per questo motivo fu progressivamente emarginato dall’università e visse gli anni del nazismo sotto sorveglianza, escluso dalla vita pubblica e minacciato dal regime.
Dopo il 1945, mentre molti tedeschi cercavano di archiviare il passato come una parentesi imposta da Hitler e da pochi fanatici, Jaspers pubblicò un libro destinato a lasciare il segno: La questione della colpa. Il suo ragionamento era tanto semplice quanto devastante. Non tutti i tedeschi erano criminali. Non tutti avevano partecipato ai massacri. Ma nessuno poteva fingere che ciò che era accaduto riguardasse soltanto una ristretta cerchia di dirigenti nazisti.
Jaspers distingueva fra colpa criminale, colpa politica, colpa morale e colpa metafisica. Una distinzione che gli consentiva di evitare le generalizzazioni, senza per questo assolvere la società tedesca. I colpevoli diretti dovevano essere processati. Ma una nazione intera doveva interrogarsi sulle proprie omissioni, sul conformismo, sull’indifferenza che avevano reso possibile la catastrofe.
Era una posizione scomoda. Molto scomoda. In un Paese che voleva ricostruire case, fabbriche e carriere, Jaspers chiedeva prima di tutto una ricostruzione della coscienza.
Da questa riflessione nacque anche il suo atteggiamento verso il popolo ebraico e verso Israele. Jaspers comprese prima di molti altri che la distruzione dell’ebraismo europeo aveva modificato per sempre la storia del continente. La nascita dello Stato d’Israele non appariva ai suoi occhi come una concessione o una compensazione simbolica, bensì come una risposta storicamente legittima a una persecuzione culminata nello sterminio.
Non fu un sostenitore acritico della politica israeliana. Da filosofo, mantenne sempre uno sguardo autonomo e talvolta critico. Tuttavia riconobbe con chiarezza il diritto degli ebrei a possedere una patria sicura e sovrana. Dopo Auschwitz, riteneva che negare questa esigenza significasse non aver compreso nulla della tragedia europea.
La sua amicizia con Hannah Arendt contribuì ulteriormente ad approfondire queste riflessioni. I due condivisero per decenni un intenso dialogo intellettuale sul totalitarismo, sulla responsabilità individuale e sul futuro della civiltà occidentale. Pur non essendo sempre d’accordo, si riconobbero reciprocamente come interlocutori indispensabili.
A differenza di Heidegger, che non riuscì mai a fare veramente i conti con il proprio coinvolgimento nel nazismo, Jaspers rappresentò un’altra Germania. Una Germania minoritaria, spesso isolata, ma moralmente decisiva. Quella che non cercava giustificazioni, che non attribuiva ogni colpa alle circostanze storiche e che comprendeva come la libertà comporti sempre responsabilità.
Oggi il suo nome viene citato molto meno di quello di altri filosofi del Novecento. Eppure le sue domande restano intatte. Che cosa significa essere responsabili di fronte alla storia? Quanto pesa il silenzio di chi osserva senza intervenire? E come può una società democratica impedire che l’indifferenza diventi complicità?
Sono interrogativi che non appartengono soltanto alla Germania del 1945. Parlano ancora al nostro presente. Ed è proprio per questo che Karl Jaspers merita di essere ricordato come uno degli intellettuali più liberi e più coraggiosi del secolo scorso.
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