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INTELLETTUALI SENZA COLLARE. Il coraggio di tradire le proprie illusioni

Leszek Kolakowski e la rara virtù di cambiare idea quando la realtà smentisce le convinzioni

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
INTELLETTUALI SENZA COLLARE. Il coraggio di tradire le proprie illusioni

Ci sono intellettuali che dedicano la vita a difendere le idee in cui hanno creduto da giovani. E ce ne sono altri, molto più rari, che trovano il coraggio di rinnegarle quando scoprono che erano sbagliate. Non per convenienza, non per opportunismo, ma perché la fedeltà alla verità diventa più importante della fedeltà a se stessi. Leszek Kołakowski appartiene a questa seconda, rarissima categoria.

È stato uno dei maggiori filosofi europei del Novecento, uno storico delle idee di straordinaria profondità, ma soprattutto un uomo che ha pagato un prezzo altissimo per il rifiuto di continuare a mentire, e la sua storia è la dimostrazione che cambiare idea non è una debolezza ma, a volte, la forma più alta del coraggio intellettuale.

Nato nel 1927 a Radom, in Polonia, Kołakowski attraversò da ragazzo l’occupazione nazista. Come molti giovani della sua generazione, uscì dalla guerra convinto che il comunismo rappresentasse l’unica possibilità di costruire una società più giusta. Entrò nel Partito Operaio Unificato Polacco e divenne rapidamente uno dei più brillanti filosofi marxisti del Paese. Non era un propagandista: credeva davvero nel marxismo che studiava con rigore, cercando di restituirgli una dimensione umanistica, e con la convinzione che il sistema potesse essere riformato dall’interno, sinceramente convinto che le distorsioni dello stalinismo fossero un tradimento del pensiero originario di Marx.

Poi accadde qualcosa che capita molto raramente agli intellettuali: prese sul serio i fatti. Il regime comunista continuava a proclamare libertà mentre costruiva censura. Parlava di uguaglianza mentre moltiplicava privilegi. Esaltava il popolo mentre reprimeva ogni dissenso. Ogni nuova crisi, ogni nuova repressione, ogni nuova menzogna rendevano sempre più difficile separare gli ideali dal sistema che pretendeva di incarnarli. Fu così che Kołakowski comprese che il problema non era soltanto Stalin, ma ben più profondo.

Nel 1966 pronunciò un discorso destinato a cambiare la sua vita. Criticò apertamente il regime comunista polacco, denunciandone il dogmatismo e la soppressione della libertà di pensiero. La risposta arrivò veloce come una fucilata: espulso dal Partito Comunista e, due anni dopo, durante la campagna antisemita lanciata dal regime dopo le proteste del 1968, fu cacciato anche dall’università. Costretto all’esilio, insegnò prima alla McGill University di Montréal, poi all’Università della California a Berkeley e infine a Oxford, dove rimase per gran parte della sua carriera.

Fu proprio lontano dalla Polonia che completò l’opera destinata a renderlo uno dei grandi filosofi del secolo: Le principali correnti del marxismo, tre volumi monumentali nei quali ricostruì con impressionante erudizione la storia del pensiero marxista, dalle origini fino al leninismo e allo stalinismo. Non un pamphlet polemico: la sua era una vera e propria autopsia filosofica.

La conclusione era devastante: il totalitarismo sovietico non rappresentava una semplice deviazione accidentale del marxismo. Alcuni dei suoi presupposti erano già presenti nella struttura stessa di quella filosofia che pretendeva di possedere le leggi della storia, e con l’idea che esista una verità scientifica assoluta sulla società, la subordinazione della libertà individuale al destino collettivo.

Kołakowski non smise mai di riconoscere che Marx aveva posto domande importanti sul capitalismo e sulle ingiustizie sociali. Ma arrivò alla convinzione che il marxismo, trasformato in progetto politico, producesse inevitabilmente sistemi incapaci di tollerare il dissenso. La sua era una conclusione maturata contro se stesso, ed è proprio questo a renderla così preziosa.

Nella vita pubblica siamo abituati a vedere persone che cambiano opinione seguendo il vento. Kołakowski fece esattamente il contrario. Cambiò idea quando sarebbe stato infinitamente più comodo restare dov’era. Perse il partito, la cattedra, il suo Paese. Guadagnò soltanto la libertà di poter dire quello che pensava.

Negli anni sostenne il movimento Solidarność, difese con forza la democrazia liberale e continuò a mettere in guardia contro ogni ideologia che prometta la salvezza definitiva dell’umanità. Diffidava delle utopie, perché aveva visto da vicino quanto facilmente possano trasformarsi in strumenti di oppressione. Si può dire senza temere l’enfasi che la sua lezione va molto oltre il Novecento.

Viviamo in un tempo nel quale cambiare idea viene spesso considerato un segno di incoerenza. Sui social, nella politica, perfino nel dibattito culturale, conta soprattutto mostrarsi inflessibili. L’ammissione di un errore è vissuta come una sconfitta. Kołakowski ci insegna il contrario. La vera coerenza non consiste nel restare fedeli alle proprie convinzioni di ieri, ma nel restare fedeli alla realtà, anche quando costringe a demolire le convinzioni di una vita. Virtù sempre più rara, e forse quella di cui il nostro tempo ha maggior bisogno.


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