Ci sono intellettuali che diventano celebri perché sanno stare dalla parte giusta del potere. E poi ce ne sono altri che scelgono di stare dalla parte della verità, anche quando questo significa perdere tutto. Lise Meitner appartiene senza esitazione alla seconda categoria.
La sua storia contiene quasi tutti gli ingredienti di una tragedia del Novecento: il genio scientifico, l’antisemitismo, il nazismo, l’esilio, un riconoscimento negato e, sopra ogni cosa, una straordinaria indipendenza morale.
Nata a Vienna nel 1878 in una famiglia ebrea assimilata, fu una delle primissime donne europee a laurearsi in fisica. Già questo sarebbe bastato a renderla una pioniera. All’inizio del secolo la scienza era un territorio quasi esclusivamente maschile e a Berlino, dove si trasferì per lavorare con Max Planck, alle donne era perfino vietato entrare in alcuni laboratori. Lise Meitner ci entrò lo stesso, grazie al proprio talento e a una determinazione che non cercava rivincite, ma soltanto la possibilità di fare ricerca.Per oltre trent’anni lavorò fianco a fianco con il chimico Otto Hahn e insieme formarono una delle coppie scientifiche più importanti del loro tempo. Studiavano il nucleo atomico quando quasi nessuno immaginava quanto quelle ricerche avrebbero cambiato il mondo.
Poi arrivò Hitler.
Per molti intellettuali tedeschi il nazismo fu una tentazione, per altri una convenienza. C’era chi taceva, chi si adattava, chi firmava dichiarazioni di fedeltà al regime. Per Lise Meitner, ebrea austriaca, non ci fu nemmeno la possibilità di scegliere. Dopo l’Anschluss del 1938 dovette fuggire clandestinamente dalla Germania con pochi bagagli, lasciandosi alle spalle il laboratorio, gli amici e una vita costruita in decenni di lavoro. Raggiunse la Svezia grazie all’aiuto di colleghi che organizzarono la sua fuga. Fu un’esule, sola, priva di mezzi e isolata anche dal punto di vista scientifico. Sarebbe stato facile scomparire. Invece fu proprio allora che diede il contributo destinato a renderla immortale.
Alla fine del 1938 Otto Hahn le scrisse da Berlino raccontandole uno strano risultato sperimentale ottenuto bombardando l’uranio. Meitner comprese ciò che nessuno aveva ancora capito. Insieme al nipote Otto Robert Frisch elaborò la spiegazione teorica del fenomeno: il nucleo dell’atomo si divideva in due parti liberando una quantità enorme di energia. Era nata la fissione nucleare. Quella scoperta avrebbe cambiato la storia del mondo.
Eppure, quando nel 1944 venne assegnato il premio Nobel per la Chimica, il riconoscimento andò soltanto a Otto Hahn. Ancora oggi quella decisione è considerata una delle più gravi ingiustizie nella storia dei Nobel. Pesarono certamente il suo esilio, il fatto di essere una donna e il clima culturale dell’epoca, che tendeva a relegare in secondo piano il lavoro delle scienziate.
Lise Meitner, però, non trasformò mai quella ferita in rancore. Continuò a lavorare, a insegnare, a studiare.
C’è però un altro episodio che racconta meglio di ogni altro il suo carattere. Quando gli Stati Uniti avviarono il Progetto Manhattan per costruire la bomba atomica, le fu proposto di partecipare. Rifiutò. Non perché ignorasse l’importanza della sua scoperta, ma perché riteneva che la responsabilità morale dello scienziato non terminasse davanti alle formule matematiche.
Paradossalmente, una donna che aveva contribuito a spalancare l’era nucleare decise di non prendere parte alla costruzione dell’arma che avrebbe inaugurato quella stagione. Albert Einstein la definì «la nostra Marie Curie» e lei probabilmente avrebbe probabilmente sorriso davanti a un simile elogio perché non cercava monumenti né celebrazioni, ma risposte.
Oggi il suo nome compare finalmente nei libri di storia della scienza. Le è stato dedicato perfino un elemento della tavola periodica, il meitnerio. Risarcimento tardivo, ma decisamente meritato.
Quello che rende Lise Meitner una figura ancora così attuale, però, non è soltanto il suo contributo alla fisica. È la lezione civile che ci ha lasciato. In un secolo in cui tanti intellettuali accettarono di mettere il proprio sapere al servizio dell’ideologia, lei dimostrò che la libertà della ricerca e la responsabilità della coscienza sono inseparabili. Gli intellettuali senza collare si riconoscono così. Non perché abbiano sempre ragione ma perché, quando arriva il momento decisivo, preferiscono perdere privilegi piuttosto che perdere se stessi.
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