Fra gli intellettuali europei del Novecento che ebbero il coraggio di mettersi contro il proprio ambiente culturale, Jean-François Revel occupa un posto speciale. Perché non fu soltanto un critico del totalitarismo. Fu qualcosa di più raro e molto più scomodo: un uomo che si rifiutò di mentire a sé stesso quando una larga parte dell’intellighenzia occidentale aveva deciso di trasformare l’autoinganno in sistema culturale.
Revel appartiene a quella famiglia di spiriti indipendenti che oggi sembrano pressoché scomparsi. Intellettuali capaci di pagare un prezzo sociale pur di restare fedeli ai fatti. Non gli interessava essere amato dai salotti parigini, né ottenere il certificato di rispettabilità ideologica distribuito dalla sinistra culturale francese del dopoguerra. Gli interessava capire come fosse possibile che uomini intelligentissimi riuscissero a chiudere gli occhi davanti alle dittature comuniste, ai gulag, alla repressione sovietica, al maoismo e a tutte le menzogne prodotte dal totalitarismo novecentesco.
Nato a Marsiglia nel 1924, filosofo di formazione, giornalista, accademico e polemista straordinario, Revel attraversa quasi per intero il Novecento francese e ne osserva dall’interno le ipocrisie. All’inizio proviene dalla sinistra democratica e laica. Non è un uomo della destra reazionaria, come spesso verrà liquidato dai suoi avversari. La sua cultura è profondamente repubblicana, illuminista e liberale. Ed è proprio per questo che resta sconvolto dalla fascinazione esercitata dal comunismo sovietico su una parte enorme degli ambienti intellettuali europei.
Mentre molti grandi nomi della cultura francese minimizzano i crimini dell’Urss o si rifugiano in ambiguità imbarazzanti, Revel sceglie una strada opposta. Denuncia il totalitarismo comunista con la stessa durezza usata contro il fascismo. E soprattutto denuncia il doppio standard morale degli intellettuali occidentali, pronti a indignarsi contro le dittature “sbagliate” e a giustificare quelle considerate progressiste.
Nel 1976 pubblica “La tentazione totalitaria”, uno dei suoi libri più importanti. È un testo devastante, lucidissimo, nel quale smonta pezzo dopo pezzo l’illusione secondo cui il totalitarismo comunista rappresenterebbe una deviazione accidentale rispetto all’ideale rivoluzionario. Revel sostiene invece che la violenza, la repressione e la manipolazione siano elementi strutturali di quei sistemi. Una posizione che negli ambienti culturali francesi dell’epoca equivale quasi a un’eresia.
Ma forse il libro che oggi appare più profetico è “La conoscenza inutile”, uscito nel 1988. Revel parte da una domanda semplicissima: perché le società democratiche continuano a credere a menzogne che potrebbero facilmente smontare? La sua risposta è spietata. Perché la verità da sola non basta. I fatti possono essere disponibili, documentati, accessibili, eppure restare inutili se disturbano convinzioni ideologiche, interessi politici o conformismi culturali.
Riletto oggi, nell’epoca delle bolle informative, delle campagne virali e delle indignazioni automatiche, quel libro sembra scritto ieri mattina. Revel aveva capito prima di molti altri che il problema delle democrazie moderne non consiste soltanto nella censura, ma nella disponibilità volontaria a credere alle bugie giuste purché confermino l’identità del gruppo a cui si appartiene.
È anche per questo che le sue riflessioni su Israele e sull’antisionismo risultano impressionanti. Revel comprende molto presto che una parte crescente dell’odio contro Israele sta assumendo caratteristiche diverse dalla critica politica normale. Intuisce che nello Stato ebraico molti ambienti occidentali vedono ormai il colpevole simbolico perfetto, il bersaglio su cui proiettare colpe storiche, nevrosi postcoloniali e fantasie rivoluzionarie.
Non era un nazionalista israeliano e non idealizzava nessuno. Semplicemente osservava il doppio standard applicato a Israele rispetto a qualsiasi altra nazione del pianeta. Un doppio standard che, secondo lui, nasceva spesso da una miscela di antiamericanismo, terzomondismo ideologico e antiche pulsioni antiebraiche travestite da linguaggio progressista.
Anche sull’America Revel rompe con il clima culturale dominante. Mentre gran parte delle élite europee sviluppa un antiamericanismo quasi rituale, lui ne denuncia il carattere automatico e spesso infantile. Non perché consideri gli Stati Uniti perfetti, ma perché vede nell’odio ideologico verso l’America una forma di deresponsabilizzazione europea e un riflesso condizionato incapace di comprendere la realtà geopolitica.
La sua grandezza sta anche nello stile. Revel scrive con chiarezza, ironia e precisione chirurgica senza nascondersi dietro il gergo accademico ed scansando la nebbia teorica per impressionare il lettore. A lui interessa essere capito, ed è proprio per questo fa paura a molti suoi avversari.
Dentro la nostra serie “Intellettuali senza collare”, Revel entra di diritto perché rifiutò l’addomesticamento ideologico che trasformò una parte enorme dell’intellettualità europea in un apparato di giustificazione delle proprie illusioni. Disse cose impopolari quando dirle significava perdere prestigio, relazioni e consenso. E soprattutto comprese una verità che oggi appare quasi scandalosa: le democrazie possono essere indebolite anche dagli intellettuali che smettono di guardare la realtà e cominciano ad amare le proprie illusioni più della verità stessa.
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