Ci sono intellettuali che amano le idee e altri che ne diffidono. Elie Kedourie apparteneva ai secondi. Nato a Baghdad nel 1926 in una famiglia ebraica irachena, formatosi in Gran Bretagna dopo aver lasciato un Medio Oriente che stava diventando sempre più ostile agli ebrei, Kedourie è stato uno dei più originali e controcorrente studiosi del Novecento. Storico, politologo, grande conoscitore del mondo arabo e dell’Impero Ottomano, passò gran parte della sua vita accademica alla London School of Economics, lontano dalle mode ideologiche che dominavano molte università occidentali.
La sua fama è legata soprattutto a un libro breve e devastante: Nationalism, pubblicato nel 1960. In quelle pagine Kedourie demoliva una delle religioni politiche più influenti degli ultimi due secoli. Per lui il nazionalismo non era una forza naturale, non era l’espressione spontanea dei popoli, non era il motore inevitabile della libertà. Era invece una dottrina moderna nata nell’Europa dell’Ottocento, figlia del romanticismo tedesco e della filosofia di Kant e Fichte, poi esportata nel resto del mondo con conseguenze spesso catastrofiche.
In anni nei quali il nazionalismo anticoloniale veniva celebrato quasi universalmente come una forza emancipatrice, Kedourie osava osservare che molte delle nuove nazioni sorte dopo la decolonizzazione stavano producendo autoritarismo, instabilità e violenza. E non lo diceva certo per nostalgia degli imperi ma perché aveva imparato a guardare la realtà prima delle intenzioni.
La sua esperienza personale aveva certamente un peso. Kedourie aveva visto da vicino il crollo della presenza ebraica nei paesi arabi. Aveva osservato come ideologie importate dall’Europa, compreso il nazionalismo arabo, avessero contribuito a trasformare comunità ebraiche millenarie in bersagli politici. Questo gli impediva di condividere l’entusiasmo romantico di molti intellettuali occidentali verso i movimenti nazionalisti del Medio Oriente.
Anche sul conflitto arabo-israeliano la sua posizione era insolita. Kedourie non fu un propagandista di Israele e non amò mai gli slogan. Tuttavia considerava profondamente sbagliata la tendenza occidentale a interpretare la nascita dello Stato ebraico come un semplice prodotto del colonialismo europeo. A suo giudizio quella lettura ignorava la storia reale degli ebrei mediorientali e la natura dei regimi che li avevano espulsi o perseguitati.
Per questa ragione entrò spesso in collisione con alcune delle figure più prestigiose della cultura europea del dopoguerra. Guardò con particolare ostilità alle tesi dello storico Arnold Toynbee, che aveva paragonato il trattamento riservato dagli israeliani agli arabi palestinesi alle persecuzioni naziste contro gli ebrei. Kedourie considerava quel paragone non soltanto storicamente assurdo ma anche moralmente indecente. Dietro formulazioni apparentemente sofisticate vedeva infatti il tentativo di trasformare le vittime della storia europea nei nuovi colpevoli della storia contemporanea.
Per Kedourie uno dei grandi errori dell’Occidente consisteva nel proiettare sui paesi arabi categorie politiche nate in Europa, immaginando che bastasse introdurre costituzioni, parlamenti o ideologie nazionali per produrre automaticamente società liberali e democratiche. Era uno studioso profondamente scettico verso le ricette universali e, a differenza di molti altri suoi colleghi, preferiva la complessità della storia alle promesse della teoria.
La stessa lucidità lo portò a scontrarsi con Charles de Gaulle dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967. Quando il presidente francese descrisse gli ebrei come un «popolo d’élite, sicuro di sé e dominatore», Kedourie colse immediatamente la pericolosità di quelle parole. Mentre gran parte dell’intellighenzia europea guardava con ammirazione al generale francese, egli denunciò il riemergere di antichi stereotipi antiebraici mascherati da analisi politica. Anche in questo caso preferì esporsi personalmente piuttosto che adattarsi al clima culturale del momento.
Atteggiamento, questo, che gli procurò numerosi e feroci avversari. Negli ambienti accademici dominati dal terzomondismo e dall’antimperialismo degli anni Sessanta e Settanta venne spesso considerato un conservatore. In realtà Kedourie era qualcosa di più difficile da classificare: un intellettuale che rifiutava di sacrificare i fatti alle convinzioni.
A differenza di Edward Said, che divenne il punto di riferimento di un’intera generazione di studiosi postcoloniali, Kedourie guardava con estrema diffidenza alle interpretazioni che riducevano il Medio Oriente a una semplice vittima dell’Occidente. Conosceva troppo bene la storia della regione per accettare spiegazioni così rassicuranti. Per lui le responsabilità dei leader arabi, delle élite locali e delle ideologie nazionaliste non potevano essere cancellate attribuendo ogni colpa al colonialismo europeo.
La sua lezione conserva oggi una sorprendente attualità. In un’epoca che continua a dividersi tra tifoserie ideologiche, Kedourie ricorda che le idee politiche possono essere potenti e persino nobili, ma diventano pericolose quando smettono di confrontarsi con la realtà. Aveva imparato questa verità osservando il Medio Oriente, ma il suo avvertimento vale ben oltre quella regione.
Elie Kedourie morì a Londra nel 1992, a sessantasei anni. Lasciò un’opera che continua ancora oggi a irritare molti e a illuminare altri. Non cercò mai di piacere. Non cercò di essere dalla parte giusta della storia. Cercò semplicemente di capire come la storia funzionasse davvero. Ed è proprio per questo che continua a essere letto e stimato. Insomma, aveva ragione quello che diceva che in fondo il tempo è galantuomo.
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