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INTELLETTUALI SENZA COLLARE. André Glucksmann, l’uomo che seppe disobbedire

Dal maoismo alla battaglia contro ogni totalitarismo, il filosofo francese fece della libertà di cambiare idea una forma radicale di coerenza

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
INTELLETTUALI SENZA COLLARE. André Glucksmann, l’uomo che seppe disobbedire

Ci vuole una particolare forma di coraggio per riconoscere di avere avuto torto. Ancora di più quando quell’errore è stato una passione, un’appartenenza, quasi un’identità. André Glucksmann ebbe questo coraggio. Fu maoista, rivoluzionario, uomo di punta del Sessantotto francese. Poi guardò ciò in cui aveva creduto e decise che i fatti contavano più della fedeltà alla propria biografia.

Nato nel 1937 da una famiglia ebraica dell’Europa orientale, cresciuto nella Francia occupata dai nazisti, Glucksmann arrivò alla politica attraverso quella generazione che cercava nella rivoluzione la risposta definitiva alle ingiustizie del mondo. Negli anni Sessanta studiava Marx e Clausewitz, frequentava Raymond Aron, partecipava alle battaglie della sinistra radicale. Dopo il maggio 1968 aderì alla Gauche prolétarienne, formazione maoista che immaginava la Francia sull’orlo di una rivoluzione. Era un estremista, insomma. E non lo era per posa.

Proprio per questo la sua trasformazione successiva è interessante. Glucksmann non cambiò campo perché cercasse un campo più comodo. Cominciò piuttosto a diffidare dell’idea stessa di campo. La scoperta decisiva fu il Gulag. La lettura di Aleksandr Solženicyn contribuì a demolire una certezza sulla quale una parte enorme dell’intellighenzia europea aveva costruito la propria identità: che i crimini del comunismo sovietico fossero una degenerazione accidentale di un progetto sostanzialmente giusto.

Glucksmann arrivò a una conclusione assai più sgradevole. E se il problema fosse dentro il progetto? Se l’idea di costruire una società perfetta contenesse già la tentazione di eliminare chi ostacola quella perfezione?

Nel 1975 pubblicò La cuisinière et le mangeur d’hommes, un attacco frontale all’universo concentrazionario sovietico. Due anni dopo, con Les Maîtres penseurs, mise sotto accusa le grandi filosofie della Storia capaci di trasformare gli uomini concreti in materiale sacrificabile sull’altare di un futuro radioso. Entrò così nel gruppo, assai eterogeneo, dei nouveaux philosophes. La sinistra comunista francese reagì con ostilità. Per molti Glucksmann era diventato un traditore. E lui invece era diventato un disertore delle certezze.

Ed è questa la parte più interessante della sua vicenda. Glucksmann conservò qualcosa del giovane rivoluzionario anche quando smise di esserlo: l’indignazione. Cambiò il bersaglio. Al posto del capitalismo mise il potere che schiaccia l’individuo, qualunque bandiera portasse.
Nel 1979 riuscì a far sedere dalla stessa parte Jean-Paul Sartre e Raymond Aron, nemici intellettuali di una vita, nella mobilitazione per i boat people vietnamiti che fuggivano dal regime comunista. L’immagine dei due anziani filosofi insieme all’Eliseo resta una delle fotografie simboliche della cultura europea del dopoguerra. Quando ci sono uomini che affogano, le vecchie divisioni ideologiche diventano improvvisamente molto piccole.

Negli anni successivi Glucksmann seguì lo stesso principio. Difese i bosniaci mentre Sarajevo veniva assediata. Si batté per i ceceni mentre l’esercito russo devastava Grozny. Denunciò molto presto l’autoritarismo e l’imperialismo di Vladimir Putin, quando in Europa prevalevano ancora accomodamento e buoni affari. Sostenne l’intervento in Afghanistan e quello, assai più controverso, in Iraq. Appoggiò Nicolas Sarkozy nel 2007, scandalizzando ancora una volta chi pretendeva di assegnargli una casella politica definitiva.

Si poteva essere d’accordo con lui oppure considerarlo esasperante. E in effetti spesso lo era. Poteva sbagliare, e sbagliò, perché la libertà intellettuale non garantisce affatto di avere ragione. Garantisce qualcosa di più raro: il diritto di cercare la ragione senza chiedere il permesso alla propria tribù.

È per questo che André Glucksmann appartiene agli intellettuali senza collare. Aveva conosciuto dall’interno una delle grandi tentazioni del Novecento, quella di consegnare il proprio giudizio a una dottrina capace di spiegare tutto. Se ne disfò senza diventare indifferente.
Morì nel 2015. Oggi il suo cognome è tornato al centro della politica francese grazie al figlio Raphaël Glucksmann, eurodeputato e leader di Place publique, una delle figure emergenti della sinistra riformista ed europeista. Padre e figlio sono stati uomini diversi, appartenenti a generazioni e stagioni politiche diverse. Eppure qualcosa è passato dall’uno all’altro: l’Europa come scelta politica, l’attenzione per i popoli minacciati, l’opposizione all’imperialismo russo e una certa allergia verso le indulgenze ideologiche della sinistra.

Nel 2008 avevano persino scritto insieme Mai 68 expliqué à Nicolas Sarkozy, un dialogo tra padre e figlio su quella stagione dalla quale André era partito quarant’anni prima.

Glucksmann aveva attraversato maoismo, antitotalitarismo, guerre balcaniche, Cecenia, Iraq, polemiche furibonde e amicizie impossibili. Una cosa, alla fine, gli era rimasta addosso: la disponibilità a rompere le righe.Per un intellettuale è forse la qualità più difficile. E forse anche la più necessaria.


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