All’interno del carcere Mamertino di Roma, a pochi passi dal Colosseo, una lapide ricorda alcune delle «Vittime dei trionfi di Roma». Tra quei nomi compare anche quello di Shimon Bar Ghiora, uno dei protagonisti più discussi e affascinanti della Grande Rivolta ebraica contro l’Impero romano. La sua vicenda personale si intreccia con uno degli eventi più tragici della storia ebraica: la caduta di Gerusalemme e la distruzione del Secondo Tempio nel 70 e.v.
Originario dell’Idumea, l’antico regno di Edom a sud del Mar Morto, Bar Ghiora era un uomo di straordinaria forza fisica e di grande carisma. Dopo essere stato allontanato dall’incarico di toparca, una sorta di governatore locale, abbandonò la vita civile per unirsi ai ribelli di Masada. Ben presto, però, costruì una propria banda armata, raccogliendo intorno a sé schiavi, contadini, diseredati e uomini in cerca di riscatto. Prometteva libertà ai primi e bottino ai secondi, riuscendo così a formare un esercito che, secondo Giuseppe Flavio, arrivò a superare i quarantamila uomini.
Per i Romani era un pericoloso ribelle. Per Giuseppe Flavio, che pure ne riconosceva il valore militare, un brigante spregiudicato. I suoi uomini, armati della caratteristica sica, il pugnale ricurvo da cui derivò il nome dei Sicari, tendevano continue imboscate ai reparti romani, impossessandosi di armi e cavalli dopo averne eliminato i soldati. Ma la sua crescente potenza preoccupava anche gli stessi ebrei. Gli zeloti di Gerusalemme temevano che potesse impadronirsi della città e arrivarono ad affrontarlo in una sanguinosa battaglia fratricida, conclusasi senza vincitori ma con centinaia di morti.
Mentre la Giudea precipitava nel caos, aumentavano anche le tensioni con Roma. Alla pesante occupazione militare si aggiungevano la corruzione delle élite sacerdotali e le continue provocazioni dei governatori romani. La repressione delle rivolte era feroce, con arresti, torture e crocifissioni. Il tentativo dell’imperatore Caligola di collocare una propria statua all’interno del Tempio aveva inoltre reso ormai insanabile il rapporto tra Roma e il popolo ebraico.
Quando nel 66 e.v. esplose la Grande Rivolta, Bar Ghiora si unì ai combattenti guidati da Eleazar Ben Shimon. A Beit Horon gli insorti inflissero una clamorosa sconfitta alla XII Legione Fulminata, uno dei più gravi rovesci militari subiti da Roma in Oriente. Quel successo, tuttavia, provocò una reazione ancora più dura. Vespasiano ricevette il comando di un poderoso esercito e iniziò la riconquista sistematica della Galilea e della Giudea. Proprio in quegli anni Giuseppe Flavio, catturato dai Romani dopo la caduta di Yodfat, divenne il principale testimone degli eventi destinati a cambiare per sempre la storia ebraica.
Intanto Gerusalemme era ormai lacerata dalle lotte interne. Giovanni di Giscala, Eleazar Ben Shimon e, successivamente, lo stesso Bar Ghiora si contendevano il controllo della città. Le rivalità tra le fazioni sfociarono in una vera guerra civile. Interi quartieri si affrontavano tra loro mentre il nemico stringeva l’assedio. I granai vennero incendiati, il legname destinato al culto del Tempio fu utilizzato per costruire macchine da guerra e migliaia di uomini morirono combattendo altri ebrei anziché i Romani.
Nel 69 e.v., sperando di trovare un alleato contro Giovanni di Giscala, gli idumei aprirono le porte della città alle milizie di Bar Ghiora. La scelta non riportò l’ordine. Al contrario, la divisione interna si aggravò ulteriormente proprio mentre Tito, succeduto al padre Vespasiano nel comando delle operazioni, completava l’accerchiamento di Gerusalemme.
Nella primavera del 70 e.v. iniziò l’assedio finale. La fame, prima ancora delle armi, devastò la popolazione. Solo allora le diverse fazioni cercarono di unire le forze contro il comune nemico, ma era ormai troppo tardi. Dopo la morte di Eleazar Ben Shimon e di Giovanni di Giscala, Bar Ghiora rimase l’ultimo comandante della resistenza. Rifiutò ogni proposta di resa e continuò a combattere fino alla caduta della città.
Il 9 di Av del 70 e.v. le legioni di Tito penetrarono a Gerusalemme, incendiarono il Secondo Tempio e massacrarono la popolazione. La superiorità militare romana fu decisiva, ma la vittoria fu resa possibile anche dalle profonde divisioni che avevano consumato dall’interno la società ebraica.
Catturato dopo la caduta della città, Shimon Bar Ghiora venne condotto a Roma come prigioniero nel corteo trionfale di Tito. L’anno successivo, nel 71 e.v., fu giustiziato nel carcere Mamertino. Con la sua morte si chiuse simbolicamente la resistenza della Gerusalemme del Secondo Tempio e iniziò un lungo esilio destinato a durare quasi duemila anni. La sua storia resta ancora oggi il simbolo di un popolo sconfitto non soltanto dalla forza del nemico, ma anche dalle proprie laceranti divisioni.