Ci mancava il santino ma adesso, tranquilli, c’è anche quello. Tra le macerie di Gaza è comparso un murale dedicato a Macklemore: il rapper americano avvolto nella bandiera palestinese, trasformato in icona della causa dopo la polemica che lo ha contrapposto a Ed Sheeran. La faccenda sarebbe persino divertente, se dietro non ci fosse qualcosa di molto serio. Il nostro tempo ha una fame disperata di santi politici istantanei. Basta pronunciare le parole giuste, possibilmente davanti a qualche milione di follower, e la canonizzazione può cominciare. Niente processi lunghi, niente miracoli: è sufficiente Gaza.
Macklemore, del resto, il suo catechismo lo recita da tempo. Ha cantato Hind’s Hall, ha attaccato Israele, ha scandito slogan diventati immediatamente materiale da manifestazione. Adesso il cerchio si chiude: dalla musica alla militanza, dalla militanza all’icona dipinta sul muro.
È uno dei fenomeni più curiosi di questi anni. La politica internazionale trasformata in cultura pop, con i buoni perfettamente riconoscibili, i cattivi altrettanto, le kefiah, le bandiere e naturalmente le celebrità occidentali chiamate a certificare da che parte stia la virtù. E così, tra una canzone e un post, abbiamo anche il nostro nuovo santo, San Macklemore da Seattle. Per l’aureola provvederà Instagram.