C’è qualcosa di meravigliosamente antico nell’aria che tira nel mondo dei libri. Scrittori israeliani, ebrei o semplicemente sospettati di eccessiva simpatia per Israele raccontano di porte che si chiudono, presentazioni cancellate, editori che improvvisamente diventano prudentissimi, festival che scoprono insormontabili problemi di opportunità.
E allora succede l’inevitabile: qualcuno decide di pubblicarseli da solo. Negli Stati Uniti stanno nascendo nuove realtà editoriali proprio per offrire spazio agli autori diventati troppo scomodi per un ambiente culturale che ama moltissimo la libertà d’espressione, purché l’espressione sia quella giusta. È una storia quasi perfetta. Prima si crea un clima nel quale essere apertamente sionisti può costare un invito, un contratto, una recensione. Poi gli esclusi si organizzano, fondano riviste, case editrici, reti culturali proprie.
Aspettiamo soltanto l’ultimo capitolo. Quello in cui qualcuno scoprirà con allarme che gli ebrei hanno le loro case editrici e denuncerà la potentissima lobby editoriale sionista. A quel punto il cerchio sarà chiuso. E potremo finalmente ricominciare da capo.