Charlotte Knobloch ha 93 anni. È sopravvissuta alla Shoah perché, bambina, fu nascosta da una famiglia cattolica in Baviera e fatta passare per la loro figlia. Sua nonna venne deportata a Theresienstadt e lì morì. Dopo la guerra Charlotte rimase in Germania, contribuendo a ricostruire una vita ebraica proprio nel Paese che aveva tentato di cancellarla. Oggi è presidente della Comunità ebraica di Monaco e dell’Alta Baviera.
Qualche giorno fa, nel Giardino Inglese di Monaco, qualcuno ha scritto su una panchina e su un cestino una minaccia di morte contro di lei. Il riferimento era esplicito alla vittoria dell’AfD nelle elezioni regionali della Sassonia-Anhalt. La polizia indaga. Knobloch, dopo aver saputo della minaccia, ha rinunciato a partecipare a un evento pubblico.
C’è qualcosa di insopportabile, quasi osceno, in questa storia. Una bambina ebrea deve nascondere il proprio nome per sopravvivere alla Germania nazista. Passano più di ottant’anni. Quella bambina diventa una donna di 93 anni. E nella Germania democratica qualcuno torna a minacciarla perché è ebrea. Abbiamo costruito musei, posato pietre d’inciampo, pronunciato milioni di volte «mai più». Poi arriva una scritta su una panchina e ci ricorda quanto possa essere sottile la distanza fra la memoria celebrata e la memoria vissuta.Charlotte Knobloch è ancora lì. Forse il problema è che c’è ancora anche tutto il resto.