A Piadena Drizzona, nel Cremonese, il 15 settembre arriva il gazebo per la Palestina. E fin qui, ordinaria amministrazione. Solo che tra le attività annunciate c’è anche la promozione del BDS, il boicottaggio di Israele spiegato ai cittadini come strumento concreto per fare la propria parte.
Ed è una scena quasi tenera, a pensarci. Il piccolo boicottatore cresce. Impara quali prodotti comprare, quali evitare, quali aziende sospettare di avere rapporti con Israele. Torna a casa, apre il frigorifero e comincia l’ispezione. Poi passa al computer, al telefono, ai medicinali, alla tecnologia che usa ogni giorno. Qui, però, la faccenda rischia di complicarsi parecchio.
Perché Israele ha questo brutto vizio: si infila dappertutto. Nell’informatica, nella medicina, nell’agricoltura, nella sicurezza informatica, nei sistemi di irrigazione, nei dispositivi elettronici. Persino in oggetti che il piccolo boicottatore utilizza mentre spiega agli altri quanto sia importante boicottare Israele. Naturalmente nessuno pretende coerenza assoluta. Sarebbe crudele. Basta quella simbolica: individuare qualche prodotto, pronunciare la parola BDS con aria grave e sentirsi per qualche minuto dalla parte giusta della Storia.