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⌥ Una lettera di differenza

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NAZA, ci spiegano, è un innocente acronimo. Viene dall’ebraico nezek agavi, נזק אגבי, “danno collaterale”, espressione usata in ambito militare per indicare la stima delle vittime civili di un attacco. Benissimo. Poi però quell’acronimo diventa il titolo internazionale del documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor. NAZA. Quattro lettere. Basta guardarle, basta pronunciarle. La parola che viene evocata è lì, a un passo: Nazi.

E la coincidenza diventa ancora più difficile da liquidare quando dentro il film affiorano esplicitamente il nazismo, la Shoah, Primo Levi, la deumanizzazione, fino alla domanda di un intervistato: se i nazisti rappresentano il male, allora io che cosa sono?

Ognuno giudichi il film come crede ma almeno smettiamola con l’ingenuità obbligatoria. Il titolo possiede un significato tecnico reale e, insieme, produce un’associazione potentissima. Chi ha scelto di portare NAZA sulle locandine di mezzo mondo sapeva benissimo quali fantasmi quelle quattro lettere avrebbero convocato. Ed eccoci ancora lì. Israele sul banco degli imputati, la Shoah restituita agli ebrei come capo d’accusa, il nazista che cambia uniforme. Una lettera appena. Il resto lo fa l’allusione.