Prima gli strappano la kippah. Poi lo insultano. Poi lo aggrediscono. Succede a Milano, a un rabbino, in pieno giorno. E quando arriva il momento delle spiegazioni compare una delle parole più comode del vocabolario contemporaneo: scherzo. Era uno scherzo. Certo. Perché ormai l’antisemitismo funziona anche così. Si può indicare l’ebreo, irriderlo, umiliarlo, mettergli le mani addosso e, quando qualcuno osa chiamare le cose con il loro nome, ecco pronta la ritirata: avete capito male, era una bravata, una cosa tra ragazzi.
Il giudice, per fortuna, ha usato parole parecchio meno spiritose: ha parlato di un’aggressione violenta «dettata da odio religioso». È curioso questo nostro tempo. Siamo diventati sensibilissimi a ogni parola che possa ferire chiunque. Organizziamo convegni sul linguaggio inclusivo, misuriamo le sillabe, sorvegliamo pronomi e aggettivi.
Poi a un rabbino strappano la kippah dalla testa e qualcuno prova a vendercela come una goliardata. Che ridere. Soprattutto se non sei tu quello con la kippah.