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«Riporta a casa l’ultimo ostaggio e ti porteremo al Nobel»

Einat Halevy-Levin racconta la sua diplomazia segreta a Washington e il piano costruito per coinvolgere personalmente Trump nella liberazione degli ostaggi

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
«Riporta a casa l’ultimo ostaggio e ti porteremo al Nobel»
Iimmagine generata con AI

«Tu ci riporterai l’ultimo ostaggio e noi ti candideremo al Nobel per la Pace. Facciamo un Trump deal». Einat Halevy-Levin aveva preparato quella frase con cura. Quando, durante l’insediamento presidenziale, Donald Trump arrivò davanti a lei e le strinse la mano, gliela disse. Il presidente sorrise. «Yes, yes, I like that».

È uno dei passaggi più sorprendenti del racconto che Halevy-Levin ha affidato a Walla, dopo essere rimasta per quasi tre anni lontana dai riflettori. Quarantasette anni, quattro figli, nata a Gerusalemme, consulente con esperienza nei rapporti con governi del Sud-est asiatico, Halevy-Levin non aveva alcun incarico ufficiale. Eppure dal giorno successivo al massacro del 7 ottobre cominciò a costruire una rete che l’avrebbe portata fino alla Casa Bianca.

Tutto iniziò nel rifugio della sua casa di Aderet, vicino a Beit Shemesh. L’8 ottobre 2023 un giornale norvegese le chiese aiuto per trovare famiglie di ostaggi da intervistare. Scoprì che mancava persino un elenco organizzato al quale rivolgersi. In due giorni contattò circa ottanta famiglie, registrando nomi, nazionalità, lingue e legami familiari. Da quel primo foglio Excel sarebbe nata un’attività internazionale durata 843 giorni.

Poche settimane dopo era a Washington insieme ai familiari di ostaggi con cittadinanza americana. Non conosceva la città e non apparteneva ai circuiti della politica statunitense. Imparò rapidamente che per ottenere attenzione bisognava trasformare gli ostaggi da questione diplomatica in persone con un volto, una famiglia e una storia.

Dopo l’elezione di Trump il progetto fece un salto di qualità. Halevy-Levin, ormai impegnata con Hostage Aid Worldwide, comprese che occorreva coinvolgere personalmente il presidente. L’idea era creare quello che definì un «Reagan moment», evocando la liberazione degli ostaggi americani in Iran coincisa con l’insediamento di Ronald Reagan nel gennaio 1981.
Ogni dettaglio venne studiato. Gli incontri delle famiglie, i messaggi destinati all’entourage di Trump, le sciarpe gialle, persino la posizione dei partecipanti durante l’insediamento. Halevy-Levin scelse per sé un basco rosso, abbastanza vistoso da attirare lo sguardo del presidente. Funzionò. Arrivò la stretta di mano e con essa la proposta del «Trump deal».

Nel suo racconto emerge anche un capitolo assai più controverso. Halevy-Levin sostiene di avere incontrato resistenze in Israele e di avere ricevuto, anche attraverso intermediari, messaggi che la invitavano a farsi da parte. Afferma inoltre che nell’ambiente di Trump fosse arrivata da fonti israeliane vicine al governo la convinzione che gran parte degli ostaggi fosse ormai morta.

Su questo punto Halevy-Levin usa però una cautela essenziale. Non possiede documenti o informazioni d’intelligence che dimostrino chi abbia trasmesso quei messaggi e precisa di non avere mai incontrato né parlato con Ron Dermer, al quale attribuisce soltanto una possibile influenza. Secondo il suo racconto, fu anche Miriam Adelson a contribuire a convincere l’entourage di Trump che vi fossero ancora ostaggi vivi. Nel gennaio 2025, durante un incontro, il presidente della Repubblica Isaac Herzog avrebbe spiegato a Trump che, secondo le valutazioni dell’intelligence israeliana, circa metà degli ostaggi era ancora in vita.

Halevy-Levin attribuisce a Trump un ruolo decisivo nel risultato finale, ma allarga il merito alle famiglie, al movimento per gli ostaggi, a Miriam Adelson e soprattutto alla mobilitazione della società israeliana. Le immagini delle manifestazioni di massa nella Piazza degli Ostaggi venivano fatte arrivare anche agli uomini vicini al presidente americano.

Oggi Halevy-Levin può raccontare la sua storia perché l’impegno che aveva assunto con le famiglie si è concluso. Gli ultimi ostaggi vivi sono tornati nell’ottobre 2025 e nel gennaio scorso Israele ha recuperato anche i resti di Ran Gvili, l’ultimo israeliano ancora trattenuto a Gaza.
Il prossimo 7 ottobre sarà così il primo anniversario del massacro senza israeliani nelle mani di Hamas. Dietro quel risultato stanno decisioni politiche, operazioni militari, trattative internazionali e pressioni diplomatiche. E, come rivela la storia di Einat Halevy-Levin, anche l’ostinazione di una donna senza alcun incarico ufficiale che decise di entrare nella partita e arrivò fino al presidente degli Stati Uniti.