Home > Approfondimenti > La Turchia di Erdoğan, autonoma grazie all’Occidente

La Turchia di Erdoğan, autonoma grazie all’Occidente

Dalla NATO all’Europa, la strategia di Ankara cerca indipendenza senza recidere i legami economici, militari e tecnologici con l’Occidente

Mariano Giustino

Tempo di Lettura: 6 min
La Turchia di Erdoğan, autonoma grazie all’Occidente
Iimmagine generata con AI

La Turchia viene spesso descritta come un “outsider integrato”: un Paese che cerca autonomia strategica senza abbandonare le istituzioni occidentali. La sua capacità di azione indipendente dipende infatti dalla Nato, dai mercati europei, dai capitali occidentali e dall’accesso alla tecnologia straniera. Nei primi anni Duemila Ankara perseguì l’integrazione europea, promuovendo riforme democratiche e crescita economica.

Successivamente tentò di costruire una propria sfera d’influenza attraverso il commercio, la diplomazia e la politica “zero problemi” con i vicini. Le rivolte arabe e le guerre regionali fecero fallire questa strategia. Fra il 2015 e il 2020 iniziò la fase della “preziosa solitudine”: autoritarismo interno, interventi in Siria, Iraq e Libia, acquisto dei missili russi S-400 ed esclusione dal programma americano F-35. Dal 2021 Ankara ha cercato invece una reintegrazione selettiva, migliorando i rapporti con Europa e monarchie del Golfo senza rinunciare all’autonomia. L’accordo di difesa firmato alla Mecca con Arabia Saudita e Pakistan nel 2026 conferma questa ambizione, anche se non possiede strutture comuni sufficienti per costituire una vera “NATO musulmana”.

La politica di autonomia strategica potrebbe continuare anche dopo Erdoğan. Un governo dell’opposizione sarebbe probabilmente più democratico e istituzionale, ma difficilmente abbandonerebbe l’indipendenza militare, l’attivismo regionale e la preferenza dell’opinione pubblica per una posizione di equilibrio fra i blocchi. Sul piano economico, la dipendenza dall’Europa resta decisiva. Nel 2025 l’Unione europea assorbiva il 42,7 per cento delle esportazioni turche e forniva il 35,3 per cento delle importazioni, con un commercio di beni pari a 217,6 miliardi di euro. Circa il 60 per cento degli investimenti esteri ricevuti dalla Turchia fra il 2003 e il 2025 proveniva dall’UE. La Cina non può sostituire questa relazione a causa degli squilibri commerciali, dei rischi finanziari e delle tensioni sulla minoranza uigura.

L’unione doganale con l’Europa è però superata. Non comprende adeguatamente servizi, digitale, appalti pubblici, agricoltura e politiche climatiche, mentre Ankara deve applicare molte regole europee senza partecipare alla loro elaborazione. Anche il processo di adesione è congelato: la Turchia è candidata dal 1999, ma solo 16 capitoli negoziali sono stati aperti e uno soltanto chiuso. Continuano comunque i programmi per studenti Erasmus, Horizon, i finanziamenti di preadesione e la partecipazione alla Comunità politica europea.
La Nato rappresenta l’altro pilastro dell’integrazione. La Turchia possiede il secondo esercito più numeroso dell’Alleanza e ospita basi, radar e comandi fondamentali. Allo stesso tempo utilizza il proprio potere di veto come strumento negoziale, come dimostrato dall’ingresso di Finlandia e Svezia. Nonostante i progressi dell’industria nazionale, le capacità militari più avanzate continuano a dipendere da motori, componenti e materiali occidentali.

Le esportazioni turche nel settore della difesa sono passate da 248 milioni di dollari nel 2002 a oltre 10 miliardi nel 2025. Aziende come Baykar, Aselsan, Turkish Aerospace, Roketsan e MKE hanno ottenuto rilevanza internazionale, soprattutto grazie ai droni. Tuttavia, progetti come il caccia KAAN e il carro armato Altay dipendono ancora da tecnologie straniere. Le collaborazioni fra Baykar e Leonardo, l’acquisizione di Piaggio Aerospace e l’interesse spagnolo per l’aereo Hürjet mostrano come l’autonomia turca possa svilupparsi attraverso l’integrazione europea.
Ankara sfrutta inoltre la propria posizione geografica, controllando oleodotti, gasdotti e corridoi ferroviari fra Europa, Caucaso, Asia centrale e Medio Oriente. Il Corridoio Meridionale del gas, il TurkStream, la ferrovia Baku-Tbilisi-Kars, il “Middle Corridor” e il progetto iracheno Development Road rafforzano il suo ruolo di snodo. Ankara ha ampliato anche la propria influenza culturale e diplomatica. Dispone di 255 missioni all’estero, ha aumentato le ambasciate africane da 12 a 44 e utilizza istituzioni come TIKA, Maarif, Diyanet, Yunus Emre e TRT World. Le serie televisive turche vengono esportate in oltre 150 Paesi e raggiungono quasi un miliardo di spettatori. Turkish Airlines e il Forum diplomatico di Antalya completano questa strategia di proiezione internazionale.

La mediazione è un altro strumento centrale. Ankara ha partecipato ai negoziati sul nucleare iraniano, alla crisi siriana, alla guerra in Libia e ai colloqui fra Russia e Ucraina. La sua forza non deriva dalla neutralità, ma dalla possibilità di dialogare con soggetti fra loro ostili. Tre casi illustrano il modello turco. In Ucraina Ankara sostiene l’integrità territoriale di Kiev, vende armamenti e ha chiuso gli Stretti alle navi militari, ma non aderisce alle sanzioni contro Mosca e mantiene forti relazioni economiche con la Russia. In Siria possiede influenza sul nuovo governo e sulle forze locali, contrasta l’autonomia curda e limita Iran e Russia, ma non dispone delle risorse necessarie alla ricostruzione. Nel Mediterraneo orientale, infine, le controversie con Grecia e Cipro sulle acque territoriali, le risorse energetiche e le zone marittime economiche esclusive continuano a ostacolare la cooperazione con l’Europa.

Ankara potrebbe perseguire una “interdipendenza gestita”. L’Europa dovrebbe abbandonare sia l’aspettativa di un completo riallineamento turco sia la tentazione di contenere la Turchia come un avversario. Sarebbe preferibile costruire accordi modulari e vincolanti su difesa, commercio, migrazione, energia, sicurezza regionale e mobilità. Il Paese anatolico potrebbe essere coinvolto nei programmi europei di difesa a condizione di rispettare garanzie sull’uso delle tecnologie, sulla proprietà intellettuale, sulle sanzioni e sulla de-escalation con Grecia e Cipro. L’unione doganale dovrebbe essere modernizzata gradualmente, introducendo servizi, digitale, agricoltura e appalti pubblici, insieme a meccanismi più efficaci per la soluzione delle controversie.

In materia migratoria, l’accordo basato sul finanziamento in cambio del contenimento dei rifugiati dovrebbe essere sostituito da una responsabilità condivisa: aiuti ai comuni, reinsediamenti, ritorni volontari e sicuri e maggiori opportunità di mobilità legale. Parallelamente, l’Europa dovrebbe continuare a sostenere studenti, ricercatori, imprese e società civile. Lo status di Paese candidato dovrebbe rimanere formalmente aperto, anche se politicamente inattivo. Definire la Turchia un semplice “partner privilegiato” rischierebbe infatti di indebolire ulteriormente i legami con la società civile turca.

La conclusione è che l’autonomia di Ankara nasce proprio dalla sua integrazione con l’Occidente. La Turchia possiede una notevole capacità di bloccare o complicare le iniziative europee, ma non sempre quella di costruire alternative durature. Per questo l’Europa dovrebbe trasformare l’interdipendenza già esistente in progetti concreti, condizionati e reciprocamente vantaggiosi, senza attendere un improbabile ritorno della Turchia a un pieno allineamento occidentale.