L’attacco avvenuto il 30 settembre nella cabina di pilotaggio del volo flydubai FZ1073, partito da Dubai e diretto a Tel Aviv, ha improvvisamente portato l’Oman al centro dell’attenzione israeliana. Il copilota Hammam al-Hammami, cittadino omanita, ha aggredito il comandante Smit Machchhar con un’ascia d’emergenza e ha tentato di prendere il controllo dell’aereo, che trasportava oltre 170 persone. Il velivolo è precipitato per oltre 16 mila piedi in poco più di trenta secondi prima che l’aggressore venisse neutralizzato e l’aereo potesse atterrare a Tabuk, in Arabia Saudita. La procura generale degli Emirati Arabi Uniti ha ormai definito l’accaduto un «atto terroristico», mentre proseguono le indagini per accertare movente, eventuali complici e possibili mandanti.
Il fatto che l’uomo fosse omanita ha acceso i riflettori su un Paese del Golfo molto diverso dai suoi vicini e spesso poco conosciuto in Occidente. Governato dal 2020 dal sultano Haitham bin Tariq, l’Oman occupa una posizione geografica decisiva all’imbocco dello Stretto di Hormuz, una delle arterie energetiche più importanti del pianeta. Anche la sua identità religiosa è peculiare: una parte significativa degli omaniti professa l’ibadismo, ramo dell’islam distinto sia dal sunnismo sia dallo sciismo.
La vera particolarità dell’Oman, tuttavia, sta nella politica estera. Muscat definisce ufficialmente la propria linea come fondata sulla «neutralità positiva», sul buon vicinato e sulla ricerca del dialogo. Per decenni questo piccolo Sultanato è riuscito a parlare contemporaneamente con Washington e Teheran, con le monarchie arabe e con interlocutori che altri Paesi della regione evitavano. Proprio l’Oman ha svolto più volte il ruolo di mediatore fra Stati Uniti e Iran, trasformando la prudenza diplomatica in uno dei propri principali strumenti di influenza.
Con Israele il rapporto è ancora più singolare. I due Paesi non hanno relazioni diplomatiche. Eppure nel 2018 Benjamin Netanyahu compì una visita ufficiale a Muscat e incontrò il sultano Qaboos, allora al potere, in uno dei momenti di maggiore apertura fra i due governi. I contatti non portarono alla normalizzazione e l’Oman rimase fuori dagli Accordi di Abramo del 2020, pur esprimendo sostegno all’iniziativa.
Dopo il 7 ottobre 2023 la distanza si è accentuata. Muscat ha assunto posizioni sempre più dure verso Israele e ancora nelle ultime settimane ha ribadito il sostegno alla nascita di uno Stato palestinese sui confini del 1967 con Gerusalemme Est capitale. Il gran mufti Ahmed bin Hamad al-Khalili, figura religiosa di enorme influenza, ha usato toni assai più radicali, arrivando a definire gli attacchi contro l’Iran un’aggressione «americano-sionista».
L’episodio del volo FZ1073 apre quindi un problema che supera la nazionalità dell’attentatore. Netanyahu ha affermato che il copilota aveva subito un processo di radicalizzazione islamista, mentre gli investigatori devono ancora stabilire se abbia agito da solo. La sua origine omanita non dimostra alcun coinvolgimento di Muscat, e finora non sono emerse prove in questo senso. Solleva però interrogativi sulla radicalizzazione all’interno di un Paese considerato per decenni uno dei più stabili e pragmatici del Golfo.
Per Israele la questione è soprattutto di sicurezza. Dopo l’attacco sono stati annunciati controlli più severi sugli equipaggi dei voli diretti nel Paese. Per l’Oman la posta in gioco è diversa e forse ancora più delicata: preservare quella reputazione di interlocutore affidabile che gli ha consentito di mantenere rapporti con avversari inconciliabili. L’inchiesta sul copilota di flydubai dirà se il 30 settembre è stato il gesto isolato di un estremista o il segnale di un fenomeno più profondo.