Gli Houthi stanno cercando di costruire nello Yemen missili balistici capaci di raggiungere Israele, utilizzando tecnologia iraniana e componenti provenienti dalla Cina. A rivelarlo è un’inchiesta del Wall Street Journal, pubblicata il 14 ottobre e basata sulle analisi di Conflict Armament Research (CAR), organizzazione specializzata nello studio dei traffici internazionali di armamenti. Il progetto riguarderebbe una versione del Kheibar Shekan, missile balistico iraniano a guida di precisione, con una gittata vicina ai 2.000 chilometri. Una distanza sufficiente a minacciare il territorio israeliano e gran parte dell’Arabia Saudita.
La scoperta nasce dall’esame di due carichi intercettati lo scorso luglio dalle autorità governative yemenite. Al loro interno sono stati individuati elementi strutturali, parti di motori, materiali resistenti alle alte temperature e componenti specializzati compatibili con la fabbricazione di missili. Alcuni dispositivi presentavano caratteristiche che ne consentono anche l’impiego civile, una circostanza che rende particolarmente complesso individuare e bloccare le forniture destinate alla produzione militare.
L’analisi dei documenti di spedizione avrebbe permesso agli investigatori di risalire a un’azienda cinese specializzata nella lavorazione di precisione dei metalli. È un collegamento significativo, anche se l’origine commerciale dei componenti non dimostra un coinvolgimento diretto del governo di Pechino, né che le autorità cinesi fossero a conoscenza della loro destinazione finale. La Cina respinge le accuse di fornire armamenti alle parti coinvolte nei conflitti.
L’aspetto più preoccupante dell’inchiesta riguarda tuttavia il salto tecnologico che gli Houthi starebbero tentando di compiere. Finora il movimento sciita yemenita, sostenuto dall’Iran, ha potuto contare su un arsenale alimentato anche dalle forniture e dall’assistenza tecnica di Teheran. La possibilità di fabbricare direttamente missili balistici rappresenterebbe un cambiamento sostanziale, perché consentirebbe di ridurre la vulnerabilità delle rotte di rifornimento e di sostituire più rapidamente gli ordigni utilizzati o distrutti.
Il Kheibar Shekan appartiene alla famiglia dei missili balistici iraniani a combustibile solido. Questa tecnologia offre vantaggi operativi importanti, soprattutto per la rapidità di preparazione al lancio e per la possibilità di conservare i vettori in condizioni di maggiore prontezza. Riprodurne una versione nello Yemen richiederebbe comunque competenze industriali, sistemi di guida e capacità di assemblaggio difficili da sviluppare senza un’assistenza esterna qualificata.
Per Israele, che ha già dovuto affrontare attacchi missilistici provenienti dallo Yemen, la prospettiva di una produzione locale rappresenta un ulteriore problema strategico. La distanza geografica, che in passato costituiva un ostacolo significativo, ha perso parte della sua funzione protettiva con la diffusione dei missili a lungo raggio. Un arsenale alimentato da impianti produttivi distribuiti sul territorio yemenita potrebbe rendere più difficile neutralizzare stabilmente la minaccia.
La questione coinvolge direttamente anche l’Arabia Saudita, da anni esposta alle capacità militari degli Houthi e interessata a impedire che il movimento consolidi ulteriormente la propria autonomia. Sul piano regionale, un simile sviluppo rafforzerebbe la capacità di pressione del gruppo sulle rotte marittime del Mar Rosso e sugli equilibri di sicurezza della Penisola arabica.
L’inchiesta mette inoltre in evidenza una difficoltà crescente per i sistemi internazionali di controllo delle esportazioni. Materiali industriali, componenti elettronici e lavorazioni meccaniche possono attraversare diversi Paesi prima di raggiungere la destinazione finale, rendendo arduo ricostruire l’intera catena delle forniture.
Resta da accertare quanto il programma sia avanzato e se gli Houthi dispongano già delle strutture necessarie per produrre missili completi. Le due spedizioni intercettate forniscono indizi concreti sulle ambizioni del movimento, senza dimostrare che la produzione sia già operativa.
Il rischio, per Israele e per gli altri Paesi della regione, è che lo Yemen diventi progressivamente un centro autonomo di produzione missilistica, capace di mantenere una minaccia a lungo raggio anche quando le forniture dall’estero vengono interrotte. È questa la prospettiva che rende particolarmente rilevanti i risultati dell’indagine.

