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Obama riscrive la storia di Israele e cancella tremila anni di ebraismo

A Belfast l’ex presidente americano accusa gli ebrei di aver sottratto terre ai palestinesi, ignorando le radici storiche dello Stato ebraico

Alessandro Carmi

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Obama riscrive la storia di Israele e cancella tremila anni di ebraismo
Iimmagine generata con AI

Barack Obama torna a parlare di Israele e finisce al centro di una polemica che riguarda ben più delle sue opinioni sul conflitto israelo-palestinese. Durante un incontro pubblico a Belfast, l’ex presidente americano ha sostenuto che gli ebrei, fuggiti dalle persecuzioni europee, arrivarono in Terra d’Israele, sottrassero terre agli abitanti e si comportarono in maniera eccessiva. Una ricostruzione che ha suscitato dure reazioni negli Stati Uniti e nel mondo ebraico, perché sembra ridurre la nascita di Israele alla conseguenza delle persecuzioni europee, cancellando secoli di storia.

Obama è intervenuto alla O2 Arena della capitale nordirlandese, intervistato dalla scrittrice e giornalista Susan McKay. Nel suo ragionamento ha riconosciuto che gli ebrei hanno subito discriminazioni, oppressioni e massacri per millenni, aggiungendo però che, cercando rifugio in Palestina, «hanno preso terre ad altre persone» e che queste ultime, comprensibilmente, hanno rivendicato ciò che consideravano proprio.

Il problema storico di questa ricostruzione è evidente. Il rapporto degli ebrei con la Terra d’Israele precede di tremila anni la Shoah e comprende l’esistenza di antichi regni ebraici, la centralità religiosa e culturale di Gerusalemme e una presenza ebraica mai completamente interrotta. Il sionismo moderno, nato nell’Ottocento, si sviluppò dunque attorno a un legame storico preesistente, rafforzato dall’antisemitismo europeo.

Anche la questione delle proprietà fondiarie richiede maggiore precisione. Durante il periodo ottomano e quello del Mandato britannico, organizzazioni e privati ebrei acquistarono legalmente terreni da proprietari locali, compresi grandi possidenti arabi. La storia comprende naturalmente anche gli espropri, le espulsioni e la fuga di centinaia di migliaia di palestinesi durante la guerra del 1948. Ridurre un processo così complesso alla formula degli ebrei che arrivano e prendono terre significa però trascurare passaggi fondamentali, compresa la decisione delle Nazioni Unite del 1947 di proporre la divisione del territorio in due Stati e la successiva guerra arabo-israeliana. Le critiche sono arrivate soprattutto dagli ambienti conservatori americani. Il sito The Daily Wire ha accusato Obama di aver cancellato tremila anni di storia ebraica, mentre HonestReporting ha osservato che la legittimità di Israele precede largamente le persecuzioni europee.

Nel suo intervento Obama ha comunque criticato anche Hamas, definendo il massacro del 7 ottobre una scelta disastrosa per qualsiasi prospettiva di cambiamento, e ha invitato i palestinesi a privilegiare strategie pacifiche. Ha inoltre accusato l’attuale governo israeliano di affidarsi eccessivamente alla superiorità militare, sostenendo che una sicurezza costruita soltanto sulla forza rischia di compromettere la posizione morale del paese. Resta una questione che supera la polemica politica. Quando un ex presidente degli Stati Uniti affronta la storia del conflitto, le sue parole contribuiscono a formare l’opinione pubblica internazionale. E se la storia ebraica viene fatta cominciare dalle persecuzioni europee, Israele finisce per apparire come una soluzione occidentale realizzata a spese di una popolazione estranea alla vicenda. È una lettura che lascia fuori una parte essenziale della storia. Ed è proprio quella parte che Obama, con tutta la sua esperienza politica, avrebbe dovuto conoscere meglio.