L’intelligence militare israeliana sta modificando radicalmente i propri sistemi di allerta dopo che le indagini sul 7 ottobre 2023 hanno accertato una successione di errori di valutazione che contribuirono a rendere possibile il massacro compiuto da Hamas. La conclusione più inquietante riguarda la quantità di informazioni disponibili prima dell’attacco, molte delle quali avrebbero dovuto indurre l’esercito a rafforzare immediatamente le difese lungo il confine con Gaza.
Secondo le ricostruzioni pubblicate dal quotidiano israeliano Walla, i vertici dell’intelligence disponevano del piano operativo denominato «Muro di Gerico», che descriveva un’offensiva sorprendentemente simile a quella poi realizzata dai terroristi. Il documento era stato giudicato eccessivamente ambizioso, al punto da essere considerato sostanzialmente irrealizzabile. Questa convinzione influenzò l’interpretazione delle successive informazioni raccolte sul terreno.
Le esercitazioni di Hamas lungo la barriera di confine, gli spostamenti anomali dei miliziani e le ripetute segnalazioni delle soldatesse incaricate della sorveglianza furono valutati alla luce di un presupposto ormai consolidato, secondo cui l’organizzazione terroristica aveva interesse a mantenere la calma nella Striscia. Anche l’attivazione sospetta di schede telefoniche nella notte precedente all’attacco venne ricondotta all’ipotesi di un’esercitazione.
I documenti recuperati durante le operazioni militari a Gaza hanno successivamente dimostrato quanto fosse sofisticato il lavoro di preparazione di Hamas. Tra il 2021 e il 2023 i suoi dirigenti avevano discusso ripetutamente un progetto offensivo accompagnato da una strategia di inganno, destinata a convincere Israele che l’organizzazione fosse interessata soprattutto alla stabilità economica e amministrativa della Striscia.
Yahya Sinwar, ucciso a Rafah nell’ottobre 2024, avrebbe valutato diverse date per l’offensiva, scegliendo infine il sabato coincidente con la festività ebraica di Simchat Torah. Rimane invece irrisolto un particolare significativo. Nei materiali sequestrati, secondo quanto riferito da fonti dell’intelligence, sarebbe assente qualsiasi indicazione esplicita dell’ora esatta dell’attacco, fissata alle 6.29 del mattino. Un livello di segretezza che potrebbe aver ristretto la conoscenza della decisione definitiva a pochissimi dirigenti.
Il generale Shlomi Binder, attuale responsabile dell’intelligence militare, ha posto al centro della riorganizzazione una questione decisiva. Per lanciare un allarme occorre conoscere con certezza le intenzioni del nemico oppure è sufficiente constatare che dispone dei mezzi e si sta preparando ad agire?
La nuova impostazione attribuisce maggiore importanza alla seconda possibilità. Secondo quanto riferito da Walla, è stato costituito un centro di allerta capace di integrare informazioni provenienti da differenti settori operativi, superando la frammentazione che aveva contribuito al fallimento del 2023. Gli analisti dovranno inoltre prendere sistematicamente in considerazione ipotesi alternative, anche quando contraddicono le valutazioni prevalenti.
Il problema investe direttamente la cultura professionale dell’intelligence. Nel 1973, alla vigilia della guerra dello Yom Kippur, Israele aveva già sperimentato le conseguenze devastanti di una fiducia eccessiva nelle proprie valutazioni. Cinquant’anni dopo, lo stesso meccanismo si è ripresentato, aggravato dalla convinzione che la superiorità tecnologica garantisse una conoscenza pressoché completa delle capacità avversarie.
Le nuove procedure dovranno affrontare anche un rischio inevitabile. Un sistema più sensibile ai segnali di pericolo produrrà probabilmente un maggior numero di falsi allarmi, con conseguenze operative ed economiche. Tuttavia, il costo di una mobilitazione precauzionale appare oggi assai diverso da quello di una minaccia sottovalutata.
Resta infine aperta la questione delle responsabilità. Le indagini militari hanno individuato gravi carenze organizzative e decisionali, mentre il dibattito israeliano continua a investire il livello politico. La riforma dell’intelligence potrà essere giudicata soltanto alla prova dei fatti, quando i suoi responsabili dovranno decidere se dare credito a un segnale inquietante anche in assenza di certezze. È precisamente la decisione che, alla vigilia del 7 ottobre, nessuno seppe prendere.

