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Nel luogo dove arrivarono i morti del 7 ottobre

Shlomo Efrati identificò centinaia di vittime a Shura. Tre anni dopo affida a un libro ciò che vide e che continua a impedirgli di dormire

Shira Navon

Tempo di Lettura: 3 min
Nel luogo dove arrivarono i morti del 7 ottobre
Iimmagine generata con AI

Per circa settecento morti del 7 ottobre, le mani di Shlomo Efrati compirono uno dei primi gesti necessari per restituire loro un nome. Prendevano le impronte digitali dei corpi arrivati alla base militare di Shura, vicino a Ramla, dal festival Nova, dai kibbutz, da Sderot, Ofakim, dalla spiaggia di Zikim. Uomini, donne, bambini, lavoratori stranieri. Era stato richiamato la sera del massacro e per due settimane, insieme ai suoi compagni, lavorò quasi senza interruzione all’identificazione delle vittime. In seguito avrebbe preparato alla sepoltura i soldati israeliani caduti nella guerra.

Tre anni dopo Efrati, 39 anni, sposato e padre di cinque figli, ha raccolto quell’esperienza in Bein Chalal le-Chalal, pubblicato da Yedioth Books, un diario in versi nato inizialmente da appunti scritti sul telefono e da messaggi inviati ai fratelli e ai compagni di servizio. Il libro viene presentato oggi, 7 ottobre, allo Shalom Hartman Institute di Gerusalemme. Una parte è stata tradotta in inglese per la rivista Liberties.

Efrati racconta ciò che vide a Shura con una precisione che lascia poco spazio alle astrazioni. Corpi legati alle gambe, ferite e proiettili nelle zone genitali, arti amputati, cadaveri completamente carbonizzati. Ricorda anche le vittime thailandesi, sui cui corpi erano visibili segni di violenze inflitte persino dopo la morte. In uno dei giorni di lavoro arrivò per errore il cadavere di un palestinese che aveva partecipato all’assalto. Nelle tasche furono trovati tre granate, un accendino, un piccolo Corano e una confezione aperta di preservativi.

Quel particolare assume un significato terribile alla luce di quanto è stato successivamente documentato sulle violenze sessuali del 7 ottobre. La missione guidata dalla rappresentante speciale dell’ONU Pramila Patten ha concluso che esistono ragionevoli motivi per ritenere che durante l’attacco siano avvenuti stupri e stupri di gruppo al Nova, lungo la Route 232 e nel kibbutz Re’im, oltre ad altre forme di violenza sessuale. L’esistenza di una direttiva generale impartita agli assalitori perché commettessero stupri, invece, non è stata dimostrata.

Efrati ricorda di aver guardato quel corpo e di aver provato qualcosa che ancora oggi gli riesce difficile confessare, una forma di pietà. Per lui l’uomo che aveva scelto il male assoluto, una volta morto, conservava nel corpo lo tzelem Elohim, l’immagine di Dio. Fu quindi trattato con lo stesso rispetto riservato agli altri cadaveri. È uno dei passaggi più inquietanti del suo racconto perché porta la domanda oltre l’orrore materiale del massacro e la sposta sul terreno della scelta individuale. Come arriva un essere umano a scegliere questo per la propria vita?

Il prezzo di quelle settimane è rimasto. Efrati ha ricevuto una diagnosi di disturbo post-traumatico ed è stato riconosciuto come invalido dell’IDF. I richiami arrivano dalle cose più comuni: lo smalto sulle unghie, perché gli ricorda le impronte digitali; le lenzuola tese sui letti dei figli, che diventano sudari; le lunghe cassette di legno dell’orto sotto casa, che improvvisamente somigliano a bare. Persino il telefono trovato nella tasca di un soldato mentre sullo schermo compariva la chiamata della madre.

Eppure Efrati dice che tornerebbe a Shura altre mille volte. Considera quei mesi la missione della propria vita. Dentro un luogo costruito per raccogliere i morti, sostiene di avere compreso con una forza mai conosciuta prima il valore dei vivi.
È forse questo che rende Bein Chalal le-Chalal qualcosa di diverso da un documento sull’orrore. Shura continua a vivere nelle notti insonni di chi vi lavorò, nei gesti domestici, negli oggetti più innocenti. Efrati ha scelto di trasformare quella memoria in parole. Anche perché, tre anni dopo il 7 ottobre, mentre c’è già chi minimizza, deforma o nega ciò che accadde, qualcuno deve continuare a dire che quei corpi sono esistiti. E raccontare che cosa gli era stato fatto.