Per trent’anni Chen Kugel ha lavorato con i morti. Ne ha esaminati migliaia, ha eseguito autopsie, ricostruito cause di decesso, restituito un nome a corpi difficili da riconoscere. Credeva di conoscere il limite oltre il quale l’orrore difficilmente poteva spingersi. Poi è arrivato il 7 ottobre 2023.
Kugel, direttore dell’Istituto nazionale di medicina legale di Abu Kabir, a Tel Aviv, è stato uno degli uomini ai quali Israele ha affidato il compito più terribile nei giorni successivi al massacro compiuto da Hamas: identificare le vittime. Tre anni dopo ha raccontato a Ynet che quell’esperienza lo ha raggiunto quando il lavoro era ormai terminato. Ha cominciato una terapia e gli è stato diagnosticato un disturbo da stress post-traumatico.
La mattina del 7 ottobre la polizia lo avvertì che c’erano decine di morti. Presto divennero cento, poi molti di più. L’istituto poteva accogliere appena 140 corpi e le salme furono trasferite anche nella base militare di Shura, dove vennero predisposti container refrigerati. Gli specialisti cominciarono a raccogliere impronte digitali e campioni di DNA.
Ad Abu Kabir arrivarono circa tremila sacchi. Spesso contenevano ossa e resti carbonizzati, talvolta appartenenti alla stessa persona e finiti in contenitori differenti. Complessivamente l’istituto ha esaminato oltre 900 corpi delle vittime del 7 ottobre e della guerra successiva. A questi si sono aggiunti centinaia di cadaveri palestinesi riesumati o prelevati a Gaza per accertare che tra loro non vi fossero ostaggi israeliani.
Alla fine tutte le vittime affidate all’istituto sono state identificate. In alcuni casi è servito un lavoro quasi infinitesimale. Un frammento d’osso, alcune cellule cerebrali trovate all’interno di un casco, un gioiello recuperato tra i resti sono diventati indizi sufficienti per restituire un’identità e una certezza alle famiglie.
Kugel conserva centinaia di fotografie scattate durante gli esami. Ha visto mutilazioni, decapitazioni, bambini uccisi, persone bruciate vive. In un corpo la fuliggine trovata nella trachea dimostrava che la vittima respirava ancora mentre veniva divorata dalle fiamme.
Da ciò che ha osservato, il medico legale ha ricavato anche una convinzione precisa. Secondo lui, le modalità diverse con cui le persone furono assassinate nei kibbutz e negli altri luoghi dell’attacco indicano un’azione organizzata, condotta secondo procedure definite. In alcuni casi le vittime erano state legate e uccise, in altri ferite e abbandonate agonizzanti; altrove gli incendi erano stati alimentati deliberatamente.
Kugel racconta di essere riuscito per settimane a lavorare in una sorta di automatismo professionale. Il crollo arrivò un venerdì. Nell’istituto erano al lavoro circa cento persone tra medici, genetisti, antropologi e volontari. Poco prima dello Shabbat alcuni civili portarono loro del cibo. Kugel volle ringraziarli e scoppiò a piangere. Dopo tanta crudeltà, ha raccontato, fu la gentilezza a spezzare la corazza che si era costruito.
Passò anche sul suo tavolo il corpo di Yahya Sinwar, il leader di Hamas ucciso nell’ottobre 2024. Kugel partecipò personalmente all’esame e all’identificazione. Fece inoltre parte del comitato incaricato di stabilire la morte degli ostaggi dei quali non era disponibile il corpo. Il gruppo arrivò a dichiarare morti 44 israeliani sulla base degli elementi raccolti, assumendosi una responsabilità che il medico descrive ancora oggi come enorme.
Poi vennero le conseguenze. Alcuni dipendenti lasciarono l’istituto, incapaci di continuare dopo ciò che avevano visto. Kugel cominciò invece a essere assalito dalle immagini fuori dal lavoro, soprattutto quando leggeva sui giornali la storia personale di qualcuno di quei corpi che aveva esaminato senza conoscerne la vita.
Tre anni dopo, dice di portare ancora con sé soprattutto un suono: le grida dei familiari che aspettavano davanti all’istituto la conferma della morte di una persona amata. Sono passati migliaia di corpi sotto i suoi occhi in trent’anni di medicina legale. Quelle voci, dice, non riesce a dimenticarle.

