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Il corridoio turco in Libia allarma Israele

Ankara consolida la sua presenza militare nel Mediterraneo e punta a controllare rotte energetiche e collegamenti strategici con l’Europa

Costantino Pistilli

Tempo di Lettura: 4 min
Il corridoio turco in Libia allarma Israele
Iimmagine generata con AI

La Turchia sta costruendo in Libia qualcosa che l’intelligence militare israeliana ormai considera troppo importante per essere ignorato. L’intelligence israeliana lo definisce “corridoio libico”: una fascia marittima rivendicata che collega idealmente le coste turche a quelle libiche, attraversa sulla carta il Mediterraneo orientale e permette ad Ankara di proiettare uomini, navi e interessi energetici molto oltre i propri confini.

L’allarme arriva da Israele. La Direzione dell’intelligence militare delle Forze di difesa israeliane ha intensificato l’attenzione sulla presenza turca in Libia e sulle conseguenze dell’accordo marittimo firmato da Ankara e Tripoli nel 2019, secondo quanto ricostruito dal giornalista Amir Bohbot su Walla. Un’intesa le cui conseguenze strategiche si sono ampliate negli ultimi due anni e che, nella lettura israeliana, sta diventando il pilastro di una presenza militare e politica sempre più radicata della Turchia nel Mediterraneo.
La geografia spiega buona parte del problema. Ankara e Tripoli hanno tracciato una zona marittima che collega idealmente le rispettive coste, mentre Grecia, Cipro ed Egitto contestano quella delimitazione perché interferisce con le aree marittime generate dalle isole greche, a partire da Creta e Rodi. La linea turco-libica taglia così uno spazio attraversato da alcune delle principali partite energetiche e infrastrutturali del Mediterraneo orientale.

Erdogan ha accompagnato le mappe con uomini e mezzi. In cambio del sostegno militare fornito alle autorità di Tripoli, la Turchia ha consolidato l’accesso a porti libici, una presenza aerea e navale e diritti di esplorazione energetica in territorio libico. Fonti israeliane citate da Walla segnalano inoltre consiglieri militari turchi sul territorio e frequenti visite di alti comandanti. Ankara dispone così di punti d’appoggio sulla sponda meridionale del Mediterraneo, a poche centinaia di chilometri dall’Europa.

Per Israele la questione passa soprattutto sotto il mare. Il corridoio rivendicato da Ankara incrocia le direttrici sulle quali dovrebbero transitare gasdotti, collegamenti elettrici e cavi sottomarini di comunicazione tra Israele, Cipro, Grecia ed Europa. Ankara sostiene che il gasdotto destinato ad attraversare l’area rivendicata in base all’accordo con Tripoli richiederebbe il consenso turco. Per Gerusalemme significa attribuire alla Turchia una leva su progetti concepiti proprio per collegare il Mediterraneo orientale al mercato europeo.

Il dossier è seguito dalla Direzione dell’intelligence militare israeliana, dal Mossad e dall’intelligence della Marina. La preoccupazione riguarda anche la libertà di navigazione: Walla ricorda che il 98 per cento delle importazioni israeliane arriva via mare. Dopo le tensioni nello stretto di Hormuz e gli attacchi alle rotte del Mar Rosso e dello stretto di Bab el-Mandeb, qualsiasi possibile pressione su un’altra arteria marittima assume quindi un peso immediatamente economico oltre che militare.

C’è poi un secondo elemento seguito dagli israeliani. Fonti d’intelligence citate da Walla riferiscono di tentativi di Hamas di costruire nell’area infrastrutture soprattutto logistiche. Il sito non fornisce dettagli sufficienti per stabilirne dimensioni e capacità operative, ma l’indicazione contribuisce a spiegare perché Gerusalemme abbia alzato il livello di attenzione sulla Libia.

La partita, però, supera Israele. Il corridoio disegnato da Ankara passa attraverso uno dei punti nei quali si sovrappongono gli interessi di Turchia, Grecia, Cipro, Libia e dei Paesi europei affacciati sul Mediterraneo. Gas, cavi elettrici e telecomunicazioni condividono lo stesso fondale sul quale gli Stati discutono confini, zone economiche e presenza militare. La Libia, divisa politicamente e militarmente, offre alla Turchia una profondità geografica che prima non aveva sulla sponda meridionale del Mediterraneo.

Per Ankara è una leva costruita dal 2019 con accordi, punti d’appoggio e presenza militare. Per Israele è ormai un dossier d’intelligence. La conseguenza concreta è che una disputa che sembrava confinata alle mappe delle zone economiche esclusive può incidere sulle infrastrutture che dovranno collegare il Mediterraneo orientale all’Europa. E su quelle mappe, tra la costa turca e quella libica, passa anche una parte degli interessi energetici e strategici europei.