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Flotilla. Roma indaga due ministri israeliani e i capi dell’esercito

Dopo le denunce di cinquanta attivisti italiani, la procura ipotizza torture, sequestri e violenze. Israele respinge le accuse e difende la legittimità delle operazioni militari

Paolo Montesi

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Flotilla. Roma indaga due ministri israeliani e i capi dell'esercito
Iimmagine generata con AI

L’inchiesta italiana sulla Global Sumud Flotilla arriva ai vertici politici e militari di Israele. La procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati il ministro della Difesa Israel Katz, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane Eyal Zamir e numerosi alti ufficiali dell’esercito, della Marina, della polizia e dell’amministrazione penitenziaria. Le ipotesi di reato sono pesanti: tortura, sequestro di persona, lesioni, rapina e danneggiamento con pericolo di naufragio.

L’annuncio è arrivato venerdì 16 ottobre, con una comunicazione ufficiale della procura capitolina che segna un’importante svolta nell’indagine avviata dopo le denunce presentate da cinquanta cittadini italiani, partecipanti alle due spedizioni della Global Sumud Flotilla dirette verso Gaza tra settembre e ottobre 2025 e tra aprile e maggio 2026.

I magistrati Stefano Opilio e Lucia Lotti, coordinati dal procuratore Francesco Lo Voi, hanno ricostruito le operazioni di intercettazione delle imbarcazioni, i successivi trasferimenti degli attivisti in territorio israeliano e le condizioni della loro detenzione. Gli accertamenti, condotti anche dai carabinieri del Ros, si sono concentrati sulle responsabilità individuali e sulla catena di comando che avrebbe diretto le operazioni.

Secondo la ricostruzione della procura, gli abbordaggi sarebbero avvenuti in acque internazionali, al di fuori delle acque territoriali israeliane, in violazione del diritto internazionale marittimo. Durante gli interventi sarebbero state distrutte apparecchiature utilizzate per trasmettere le immagini in diretta e sequestrati telefoni e altri dispositivi elettronici appartenenti ai partecipanti.

Ancora più gravi le accuse relative a quanto sarebbe accaduto dopo l’intercettazione delle imbarcazioni. Gli attivisti hanno denunciato pestaggi, minacce di morte, insulti, umiliazioni, privazione del sonno, carenza di acqua e cibo, condizioni igieniche degradanti e mancata assistenza sanitaria. Alcuni hanno riferito di essere stati minacciati con armi e coltelli, sottoposti a scariche elettriche e costretti a rimanere ammanettati per lunghi periodi.

Le testimonianze raccolte dagli investigatori descrivono anche episodi di violenza durante il trasferimento verso il porto di Ashdod e successivamente nel carcere di Ketziot, nel deserto del Negev. Secondo gli attivisti, sarebbe stato inoltre impedito o fortemente limitato il contatto con gli avvocati e con le rappresentanze diplomatiche italiane.

La procura ha acquisito filmati, documentazione sanitaria e referti medici che, secondo gli investigatori, forniscono riscontri ad alcune delle denunce. Per la seconda missione, quella della primavera 2026, vengono segnalati episodi di violenza particolarmente gravi, compresi pestaggi al buio, utilizzo di taser e impiego di proiettili di gomma.

L’indagine ha progressivamente risalito i diversi livelli della struttura militare e di sicurezza israeliana. Accanto ai due ministri e al generale Zamir figurano, tra gli altri, l’ex comandante della Marina David Saar Salama, il generale Tal Politis, il comandante dell’unità speciale navale Shayetet 13 Eldad Borochovich e il responsabile della base di Ashdod Eitan Paz. Per la seconda missione vengono indicati anche il comandante della Marina Eyal Harel e il maggiore generale Guy Levy.

Sul versante delle operazioni di terra, l’inchiesta coinvolge il capo della polizia israeliana Daniel Levy, il responsabile del servizio penitenziario Kobi Yaakobi, il dirigente del carcere di Ketziot Menachen Bibas, il comandante dell’unità di scorta Nahshon Assaf Zagori e il responsabile della polizia di frontiera Berik Yitzchak.

Particolare attenzione è riservata alla posizione di Ben Gvir, già indagato nei mesi scorsi. Il ministro israeliano aveva diffuso sui social un video nel quale comparivano attivisti della Flotilla inginocchiati e ammanettati nel porto di Ashdod. Quelle immagini sono entrate nel materiale esaminato dagli investigatori italiani. Ben Gvir, dopo aver appreso dell’indagine a suo carico, aveva dichiarato che avrebbe continuato a sostenere i militari israeliani.

Israele ha respinto le accuse di maltrattamenti. Il servizio penitenziario israeliano sostiene che le persone fermate siano state trattenute nel rispetto della legge e dei diritti fondamentali, ricevendo l’assistenza medica necessaria. Le autorità israeliane rivendicano inoltre la legittimità del blocco navale imposto alla Striscia di Gaza per ragioni di sicurezza.

La vicenda ha ormai assunto una dimensione internazionale. La procura di Roma ha inviato a giugno una richiesta di assistenza giudiziaria alle autorità israeliane per acquisire informazioni e documenti utili a ricostruire gli avvenimenti e accertare eventuali responsabilità personali. Non è stato reso noto se Israele abbia risposto.

Parallelamente, i magistrati italiani hanno partecipato a un incontro di coordinamento presso Eurojust, all’Aia, con rappresentanti di altri dieci Paesi impegnati in indagini analoghe: Portogallo, Spagna, Francia, Svezia, Polonia, Belgio, Paesi Bassi, Australia, Finlandia e Slovacchia. L’obiettivo è favorire lo scambio di informazioni e la collaborazione tra le autorità giudiziarie che stanno esaminando gli episodi relativi alle due spedizioni.

Il procedimento solleva questioni giuridiche e diplomatiche particolarmente delicate. La legge italiana consente, in determinate condizioni, di perseguire reati commessi all’estero ai danni di cittadini italiani. Resta tuttavia da stabilire quali condotte possano essere attribuite ai singoli indagati, quali responsabilità possano emergere lungo la catena di comando e quali conseguenze possano derivare dall’eventuale esercizio dell’azione penale nei confronti di esponenti di un governo straniero.

L’iscrizione nel registro degli indagati, va ricordato, rappresenta un atto investigativo e non costituisce una dichiarazione di colpevolezza. Le accuse dovranno essere verificate e le eventuali responsabilità accertate nelle sedi giudiziarie competenti.

Resta il peso politico della decisione della procura romana. L’indagine, partita dalle denunce degli attivisti, coinvolge ora direttamente due ministri del governo Netanyahu e i vertici degli apparati militari e di sicurezza israeliani. Un passaggio che potrebbe incidere sui rapporti tra Roma e Gerusalemme e che apre un nuovo, delicato capitolo nelle controversie internazionali legate alla guerra di Gaza e alle operazioni delle flottiglie dirette verso la Striscia.