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La sinistra che non sa più che pesci pigliare

Il caso Reggio Emilia, le scuse del sindaco e il naufragio di una cultura politica che, per paura di scontentare i propri tifosi, ha smesso di pensare

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
La sinistra che non sa più che pesci pigliare
Iimmagine generata con AI

Non sanno più che pesci pigliare e il bello (si fa per dire) è che sono rimasti impigliati nelle reti che hanno gettato loro stessi. Si agitano, annaspano, si dibattono, chiedono scusa, precisano, rettificano, convocano riunioni, diramano comunicati. E intanto, bisogna riconoscerlo, affondano con una certa solennità.

Prendiamo Reggio Emilia. Il sindaco Marco Massari ha finalmente riconosciuto che pretendere, sia pure attraverso una proposta poi abbandonata, una dichiarazione su Gaza e sui territori occupati nell’ambito della visita di delegazioni educative israeliane e americane è stato un errore. Si scusa con chi non si è sentito accolto. Benissimo. Meglio tardi che mai. Peccato che per arrivare a questa folgorante scoperta sia stato necessario trasformare un incontro tra educatori in una specie di tribunale politico internazionale.

Eppure sarebbe bastato un pensierino semplice semplice. Che cosa c’entra Gaza con una maestra che viene a studiare un metodo pedagogico? Che cosa deve dichiarare un insegnante israeliano per essere considerato degno di entrare in una scuola italiana? E perché mai la sua cittadinanza dovrebbe comportare un supplemento di esame morale? Domande elementari ma evidentemente, roppo difficili.

Il problema è che una parte della sinistra italiana ha smesso di ragionare e così aderisce senza capire, pensa senza pensare, segue senza sapere dove andare. Basta che qualcuno gridi «Palestina!» e tutti sull’attenti. Bisogna esserci, firmare, condannare, manifestare, indignarsi e soprattutto indignarsi. È diventata una ginnastica obbligatoria, una specie di aerobica ideologica.

Perché guai a scontentare i compagnucci di partito, i sindacati, l’Anpi, la Cgil, i collettivi universitari, i fratelli, le sorelle, i cugini delle cugine, le suocere, i parenti del marito, la figlia della figlia. Guai a contraddire il pubblico più giovane, eccitato e rumoroso, quello che pretende risposte immediate a domande che spesso non si è neppure posto. Guai a sembrare meno palestinesi dei palestinesi, meno rivoluzionari dei rivoluzionari, meno arrabbiati degli arrabbiati. Così si procede a tentoni. Si soffia nei flauti infuocati dell’antisemitismo, si suonano le trombe stonate del genocidio, da cassiere senza pellicetta sulle spalle e senza trucco eccessivo come al vecchio Nuovo Olimpia, si staccano biglietti per Naza, quel curioso parco dei divertimenti ideologici dove l’odio per Israele trova sempre nuove attrazioni. Poi, quando qualcuno fa osservare che forse si è esagerato, comincia il balletto. Guardate che non volevamo, non intendevamo, siamo stati fraintesi, la nostra storia parla per noi. Appunto. La vostra storia.

Perché è proprio questo che rende tutto così triste perché la sinistra italiana ha avuto una grande storia. Ha conosciuto uomini e donne capaci di pensare, di studiare, di battersi per ideali autentici, di pagare personalmente le proprie scelte. Ha avuto un popolo sincero, generoso, disposto al sacrificio. Ha avuto intellettuali, operai, insegnanti, amministratori che consideravano la politica una cosa seria, una responsabilità e financo una disciplina morale.

E adesso, poveri uomini? Adesso abbiamo amministratori che sembrano chiedere il permesso di pensare alle proprie tifoserie. Che misurano ogni parola sulla temperatura dei social, delle piazze, delle assemblee. Che si lasciano trascinare dai peggiori sentimenti e poi, quando il conto arriva, scoprono improvvisamente le virtù del dialogo e dell’accoglienza.

Mica tutti, grazie al cielo. Qualcuno continua a ragionare e c’è perfino qualcuno prova perfino a opporsi. Ma bisogna avere un bel coraggio, di questi tempi, per dire ai propri compagni che stanno facendo un sacco di stronzate. Figurarsi per pronunciare la parola antisemitismo senza aggiungere immediatamente una decina di precisazioni, attenuanti e distinguo.
Il caso di Reggio Emilia è istruttivo proprio per questo. Nessuno aveva bisogno di una dichiarazione su Gaza per organizzare una visita pedagogica. Eppure qualcuno ha pensato che fosse opportuno introdurla. Perché? Perché così fan tutti e tutte. Perché bisogna dare un segnale. Perché bisogna dimostrare di stare dalla parte giusta. E quando la parte giusta produce una discriminazione, ecco che arriva la sorpresa. Accidenti, com’è potuto succedere?

È successo perché avete smesso di distinguere tra la coscienza e l’appartenenza, tra il giudizio e il riflesso condizionato, tra la solidarietà e l’ostilità. Perché avete consegnato il pensiero alle parole d’ordine e la politica alla paura di perdere applausi. Che pena. Davvero, lo dico con il cuore in mano, che pena infinita. Avete dilapidato un patrimonio, un metodo, una morale.

Chi avrebbe mai immaginato che una sinistra capace di grandi battaglie per l’emancipazione, la libertà e l’uguaglianza sarebbe finita a discutere se un’insegnante ebrea o israeliana debba sottoscrivere una dichiarazione politica prima di visitare una scuola? E soprattutto, chi avrebbe immaginato che per riconoscere l’assurdità di una simile idea sarebbe stato necessario aspettare le scuse di un sindaco? Forse il problema, ormai, è tutto qui. Hanno ancora le bandiere, le canzoni, gli slogan, le commemorazioni, i cortei, le feste dell’Unità, testata che cercano di riconquistarsi con il ricatto. Hanno conservato perfino la certezza di essere dalla parte del bene. Hanno perso la bussola. E, a giudicare da come si muovono, anche la voglia di cercarla.