Duemilatrecentoquarantasette morti. È il bilancio degli israeliani uccisi dal 7 ottobre 2023, tra civili e appartenenti alle forze di sicurezza, secondo i dati diffusi dal ministero della Difesa e dall’Istituto nazionale di assicurazione israeliano. Una cifra che racconta soltanto una parte del costo umano di questi tre anni: oltre 87 mila persone sono state riconosciute come vittime delle ostilità e decine di migliaia convivono con conseguenze psicologiche o fisiche.
Tra i caduti figurano 1.318 appartenenti alle forze di sicurezza, morti sui diversi fronti aperti dopo l’attacco di Hamas. Il dato comprende militari dell’IDF, agenti di polizia, uomini dello Shin Bet, vigili del fuoco, soccorritori, coordinatori della sicurezza e componenti delle squadre locali di pronto intervento. Le perdite si sono registrate a Gaza, in Libano, in Cisgiordania e negli altri teatri del conflitto.
Dietro quei 1.318 nomi ci sono più di 7.150 familiari riconosciuti ufficialmente come congiunti di caduti. I genitori che hanno perso un figlio sono 2.143, le vedove 355, gli orfani 880. Altre 3.772 persone hanno perso un fratello o una sorella.
Il conto dei civili viene invece tenuto dall’Istituto nazionale di assicurazione e comprende 1.029 persone uccise in eventi riconosciuti come conseguenza delle ostilità. Di queste, 778 morirono il 7 ottobre 2023 e altre 251 nei mesi e negli anni successivi. Tra le vittime civili figurano 63 bambini e ragazzi con meno di 18 anni.
Ancora più vasta è la platea di chi è sopravvissuto portando con sé le conseguenze della guerra. Le persone riconosciute come vittime delle ostilità sono 87.286. Circa 43 mila hanno chiesto il riconoscimento di una disabilità collegata agli attacchi e alla guerra e quasi 40 mila lo hanno già ottenuto.
È soprattutto il dato relativo alla salute mentale a mostrare una parte meno visibile della ferita israeliana. Tra le persone alle quali è stata riconosciuta un’invalidità, 34.878 soffrono di conseguenze psicologiche, 3.171 presentano lesioni fisiche e 2.355 convivono con entrambe. Il trauma del 7 ottobre e degli anni trascorsi tra guerra, razzi, evacuazioni, lutti, richiamo dei riservisti e ostaggi detenuti a Gaza è diventato così anche un’emergenza sanitaria destinata a durare ben oltre la fine delle operazioni militari.
L’impatto può essere misurato anche attraverso le risorse mobilitate dallo Stato. Dall’inizio della guerra l’Istituto nazionale di assicurazione ha versato più di sei miliardi di shekel alle vittime delle ostilità, alle famiglie delle persone uccise e a quelle degli ostaggi. A queste somme si aggiungono gli interventi destinati ai riservisti, agli evacuati e agli abitanti delle zone settentrionali e meridionali costretti per lunghi periodi ad abbandonare le proprie case.
Il ministero della Difesa ha contemporaneamente ampliato l’assistenza alle famiglie dei caduti, mobilitando psicologi, assistenti sociali e altri professionisti. È un sistema che dovrà confrontarsi per anni con le conseguenze di ciò che è cominciato la mattina del 7 ottobre.
A tre anni di distanza, le statistiche permettono dunque di vedere anche ciò che il numero dei morti, da solo, non riesce a raccontare. Intorno ai 2.347 israeliani che hanno perso la vita si allarga una comunità di genitori, figli, vedove, fratelli, feriti e sopravvissuti che continua a pagare il prezzo di quella giornata e della guerra che ne è seguita.