Ci fu un tempo in cui se mi capitava di imbattermi, sugli schermi televisivi, in Donatella Di Cesare che commentava a modo suo la guerra in Ucraina, solo lo zapping mi salvava da una crisi di nervi. Poi quando la professoressa di filosofia, alla morte di Barbara Balzerani, si profuse in un’elegia per la compagna Luna («La tua rivoluzione è stata anche la mia, le vie diverse non cancellano le idee»), trovai una conferma della mia ostilità nei suoi confronti. Se qualcuno mi avesse preconizzato che, nel corso della vita, avrei condiviso con Di Cesare una qualsiasi opinione, mi sarei sentito vittima di una provocazione. Invece anche nei casi limite del reciproco dissenso non si deve mai dire mai.
Nei giorni scorsi con grande sorpresa ho letto in un’intervista di Donatella Di Cesare al Foglio considerazioni e giudizi sulla guerra di Gaza che non solo ho condiviso ma che ho apprezzato. In primo luogo Di Cesare non esita a prendere le distanze da Francesca Albanese (la madonna pellegrina di una certa sinistra e collezionista di cittadinanze onorarie): «Nelle prese di posizione di Albanese ravviso inimicizia verso il popolo ebraico». E aggiunge: «Io non vedo come ciò aiuti i palestinesi. Aiutarli significa riconoscerli come soggetti politici. Le parole di Albanese non costruiscono la pace. Alimentano la guerra». Quanto alla vexata quaestio del ddl sull’antisemitismo la professoressa è molto diretta: «La definizione Ihra ci obbliga a guardare lì dove oggi l’antisemitismo cerca riparo. Il ddl, poi, lascia libertà di critica. Chiede piuttosto di non chiudere gli occhi davanti all’odio quando cambia nome. Come in passato sono stata favorevole al reato di negazionismo, oggi sono favorevole al ddl sull’antisemitismo. La risposta giuridica non è in alternativa a quella culturale. Mi riconosco nelle parole della senatrice Segre». Ma ciò che mi ha colpito di più sono altre valutazioni che mi hanno aiutato a capire un fenomeno per me incomprensibile, quello che Di Cesare definisce il «palestinismo». Per capire i problemi bisogna cercare di approfondirne le motivazioni, di entrare nella testa della gente. Pur avendo sentimenti di pietas nei confronti di tutte le sofferenze, non sono mai riuscito a rendermi conto dei deliri appassionati pro Palestina che circolano indisturbati in un mondo cinico nel quale altri casi ugualmente terribili e sanguinari non vengono neppure intercettati.
Secondo Donatella Di Cesare: «Il palestinismo è una religione con tratti non di rado totalizzanti, perfino totalitari». «La religione civile di cui parlo, tanto per cominciare – aggiunge –, ha ormai tutti i suoi rituali. Come le processioni con i sudari per le strade. Che vi siano anche figure da santificare non mi sorprende. Ma certo mi preoccupa la condiscendenza di buona parte della sinistra italiana». «Ecco, quando si comincia a dividere il mondo tra puri e impuri, si smette di giudicare politicamente. “Genocidio”, oggi, è diventata la parola del nuovo autodafé. Se non la pronunci diventi complice, carnefice. “Genocidio” e “genocidiario” sono le parole-pietre che danno la stura all’odio viscerale. Non c’è pensiero, né critica, né riflessione. La sinistra dovrebbe sottrarsi a questo culto e tornare a giudicare politicamente».
Religione totalitaria, culto, autodafé: parole ficcanti e significative di intolleranza, fanatismo, odio ancestrale, sonno dell’intelligenza (che – come si dice – genera mostri). In nome di questi (dis)valori si possono accettare le menzogne come se fossero verità rivelate, professare principi osceni come se fossero dogmi, compiere misfatti nei confronti degli «infedeli» come servizio alla propria fede. «Palestinismo» come tutte le parole che finiscono con quella desinenza esprime un concetto. Basta pronunciare quella parola per evocare una visione del mondo. Anche gli ambienti internazionali pro Pal ne fanno uso, quando si accaniscono sul concetto di sionismo per dissimulare il loro risorgente antisemitismo. Oggi, grazie all’intuizione di Di Cesare, possiamo rispondere con lo stesso tono: con una parola che inchioda i pro Pal alla loro miseria morale.