Corpi bruciati vivi, vittime legate e uccise come in un’esecuzione, persone colpite agli organi genitali, teste recise, cadaveri deliberatamente sfigurati. Tre anni dopo il 7 ottobre 2023, il professor Chen Kugel, direttore del Centro nazionale israeliano di medicina legale di Abu Kabir, mette in fila le prove raccolte sui tavoli autoptici e arriva a una conclusione precisa: la ferocia degli uomini di Hamas seguiva, a suo giudizio, un piano organizzato. Non fu una violenza esplosa nel caos dell’assalto. I diversi gruppi agirono con metodi differenti, ma con una sistematicità che Kugel considera la traccia di un progetto prestabilito.
In un’intervista pubblicata da Ynet alla vigilia del terzo anniversario del massacro, il medico legale mostra parte dell’immenso archivio costruito dal suo istituto. Una fotografia documenta un corpo carbonizzato. La fuliggine trovata nella trachea dimostra che la vittima respirava ancora mentre bruciava. In altri casi gli specialisti hanno esaminato persone immobilizzate e poi fucilate, corpi decapitati, resti umani tanto compromessi da richiedere analisi microscopiche e genetiche per restituire un nome alla vittima.
Al Centro arrivarono circa tremila sacchi, molti dei quali contenevano ossa bruciate e frammenti di corpi. Parti appartenenti alla stessa persona potevano trovarsi in sacchi diversi. Complessivamente l’istituto ha esaminato oltre novecento corpi legati al 7 ottobre e alla guerra successiva, oltre a centinaia di cadaveri di terroristi e di abitanti di Gaza controllati durante la ricerca degli ostaggi. Il lavoro di identificazione, svolto insieme alle altre strutture israeliane coinvolte, è proseguito per anni. Ancora nel gennaio 2026 il ministero della Salute annunciava l’arrivo ad Abu Kabir della salma dell’ultimo ostaggio riportato in Israele, Ran Gvili, perché fossero accertate causa e circostanze della morte.
È soprattutto la ripetizione di determinati comportamenti a colpire Kugel. In un kibbutz alcuni lavoratori stranieri furono chiusi in una stanza, feriti alle gambe e lasciati morire dissanguati. Altrove persone legate furono uccise con modalità da esecuzione. In un rifugio protetto venne appiccato il fuoco aggiungendo materiale combustibile, trasformandolo, nelle parole del medico, in una sorta di crematorio. La varietà delle tecniche, applicate da squadre diverse in luoghi diversi, costituisce per Kugel un elemento decisivo. Anche l’ipotesi secondo cui l’estrema brutalità sarebbe stata provocata dall’assunzione di Captagon gli appare incompatibile con la capacità degli assalitori di attenersi a procedure definite.
Dentro quell’enorme lavoro scientifico c’era un altro compito, più semplice da descrivere e forse ancora più difficile da sostenere: dare alle famiglie una certezza. Talvolta bastavano pochi frammenti ossei, tracce biologiche su un oggetto o minuscole quantità di tessuto per stabilire l’identità e la morte di una persona. Kugel racconta che il suo istituto è riuscito a identificare tutte le vittime affidategli. Dietro ogni risultato di laboratorio c’era qualcuno che aspettava di sapere se avrebbe avuto almeno una tomba sulla quale piangere.
Il prezzo lo hanno pagato anche coloro che lavoravano ad Abu Kabir. Alcuni dipendenti hanno lasciato l’istituto dopo quanto avevano visto. Kugel stesso, terminata la fase più intensa delle identificazioni, ha chiesto aiuto ed è stato diagnosticato con un disturbo post-traumatico. Per oltre trent’anni aveva lavorato davanti alla morte. Il 7 ottobre gli ha mostrato qualcosa per cui l’esperienza professionale non offriva alcuna protezione.
Nell’ottobre 2024, su uno di quegli stessi tavoli, arrivò infine il corpo di Yahya Sinwar, l’architetto dell’attacco. Kugel ne supervisionò l’autopsia, che indicò come causa letale una ferita d’arma da fuoco alla testa. Il medico ricorda di aver pensato, davanti al cadavere dell’uomo che aveva contribuito a cambiare tragicamente la storia del Medio Oriente, che Sinwar si trovava ormai da una parte del tavolo e lui dall’altra.
Tre anni dopo, fotografie, TAC, DNA, ossa e autopsie restano lì. Sono documenti medico-legali, sottratti alla battaglia delle interpretazioni. E continuano a raccontare che cosa accadde il 7 ottobre anche quando, fuori da quelle stanze, qualcuno preferisce dimenticarlo.