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Il grande inganno di Hamas che preparò il 7 ottobre

Documenti interni rivelano una strategia avviata nel 2016 per convincere Israele che ciò che vedeva con i propri occhi non fosse la preparazione di un attacco

Paolo Montesi

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Il grande inganno di Hamas che preparò il 7 ottobre
Iimmagine generata con AI

Hamas aveva cominciato a costruire il grande inganno sette anni prima del 7 ottobre. Già alla fine del 2016, mentre prendeva forma il primo piano per colpire la Divisione Gaza, conquistare basi e kibbutz e rapire soldati e civili, nei documenti dell’organizzazione compariva un ordine preciso: preparare un piano complessivo di depistaggio capace di coinvolgere ogni livello operativo.

A ricostruirne l’ampiezza sono Ronen Bergman e Yuval Rubovitch in una vasta inchiesta pubblicata da Yedioth Ahronoth, basata su documenti interni di Hamas recuperati durante la guerra, indagini condotte dall’IDF dopo il massacro e testimonianze di alti funzionari dell’intelligence israeliana.

Il principio escogitato da Hamas era sofisticato. Nascondere completamente i preparativi sarebbe stato quasi impossibile. Israele sorvegliava Gaza con intercettazioni, telecamere, droni e intelligence elettronica. Occorreva quindi ottenere un risultato diverso: lasciare che gli israeliani vedessero e convincerli che ciò che vedevano significasse altro.

Cominciò così un lungo processo di assuefazione. Hamas organizzava esercitazioni, mobilitava uomini, accendeva schede telefoniche, scavava tunnel. Poi non accadeva nulla. Nel settembre 2022, alla vigilia di Yom Kippur, si accesero contemporaneamente a Gaza cento SIM, un segnale potenzialmente allarmante. Nessun attacco seguì. Secondo alcuni investigatori israeliani, anche episodi del genere contribuirono ad abituare l’apparato di sicurezza a segnali che sembravano minacciosi e finivano regolarmente nel nulla.

Lo stesso meccanismo fu applicato alle esercitazioni della Nukhba. Hamas arrivò a renderle volutamente rumorose, visibili e persino spettacolari. Nel maggio e giugno 2023 i suoi uomini provarono lanci di razzi, sfondamento delle difese, conquista di un kibbutz, cattura di ostaggi e prosecuzione dell’offensiva in territorio israeliano. Proprio perché tutto avveniva quasi sotto gli occhi di Israele, quelle manovre finirono per essere interpretate come esibizioni propagandistiche.

Una sottufficiale dell’Unità 8200, identificata soltanto con l’iniziale Vav, comprese invece che le esercitazioni coincidevano con il piano d’invasione conosciuto dall’intelligence israeliana come «Muro di Gerico». Lanciò ripetuti allarmi. Il 26 settembre 2023 segnalò che erano state individuate undici esercitazioni della Nukhba e otto esercitazioni territoriali e che soltanto quattro erano state analizzate integralmente. Circa il 90 per cento del materiale, secondo l’inchiesta, aveva ricevuto soltanto un primo ascolto.

Parallelamente funzionava l’inganno politico. Hamas alimentava l’idea di essere interessato alla stabilità di Gaza, alle concessioni economiche, ai lavoratori autorizzati a entrare in Israele e al denaro proveniente dal Qatar. Sinwar contribuì personalmente a costruire questa immagine. Nel 2018 fece arrivare a Benjamin Netanyahu, attraverso l’intelligence egiziana, un biglietto con due parole in ebraico: «rischio calcolato». Nello stesso periodo Hamas stava già sviluppando il proprio piano offensivo.

Persino le gallerie contribuirono alla confusione. Dopo la costruzione della barriera sotterranea israeliana, Hamas continuò a scavare. Secondo una delle valutazioni riportate dall’inchiesta, l’attività contribuì a mantenere concentrata l’attenzione israeliana sul sottosuolo proprio mentre l’organizzazione preparava una gigantesca incursione sopra la superficie. L’IDF riteneva possibile al massimo qualche incursione con poche decine di uomini. Hamas preparava ventiquattro compagnie e circa 2.400 combattenti.

Il risultato più impressionante dell’inganno emerge dai documenti recuperati dopo il massacro. Israele disponeva di molti frammenti del quadro. Conosceva esercitazioni, movimenti, piani operativi e segnali anomali. Il problema decisivo fu il significato attribuito a quelle informazioni.
Hamas riuscì così in qualcosa di più difficile che nascondersi. Riuscì a mostrarsi e a essere interpretato esattamente come voleva. Quando nella notte tra il 6 e il 7 ottobre tornarono ad accendersi alcuni degli stessi segnali già osservati in passato, sembravano ancora una volta parte della routine. Poche ore dopo, la routine cessò di esistere.