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Durban 25, stavolta il mondo ha detto no

Quarantotto Paesi, Italia compresa, hanno disertato la commemorazione ONU della conferenza del 2001. Un successo al quale ha contribuito la campagna di UN Watch. Forse qualcosa sta cambiando

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
Durban 25, stavolta il mondo ha detto no
Iimmagine generata con AI

Ogni tanto arriva anche una buona notizia. E di questi tempi, quando si parla di Israele, antisemitismo e Nazioni Unite, conviene accoglierla quasi con stupore. Il 28 settembre l’Assemblea generale dell’ONU ha celebrato a New York il venticinquesimo anniversario della Dichiarazione e del Programma d’azione di Durban. Per le Nazioni Unite, Durban rimane un punto di riferimento nella lotta contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza. O almeno così viene presentata ancora oggi nei documenti ufficiali. Il problema è che chi ricorda ciò che accadde nel 2001 sa che Durban significa anche altro.

La Conferenza mondiale contro il razzismo si tenne in Sudafrica dal 31 agosto all’8 settembre 2001 con intenzioni, sulla carta, difficilmente contestabili. Nel corso dei lavori, però, Israele finì al centro di un attacco politico violentissimo. Già nella preparazione della conferenza erano circolate formulazioni che accusavano lo Stato ebraico di apartheid, crimini contro l’umanità e genocidio; alcune furono eliminate dal testo finale dopo le pressioni occidentali. Intorno alla conferenza, soprattutto nel Forum delle organizzazioni non governative, il clima divenne ancora più pesante. Stati Uniti e Israele abbandonarono i lavori.

Da allora “Durban” è diventata una parola dal doppio significato. Per l’ONU indica un processo internazionale contro il razzismo. Per Israele, per molte organizzazioni ebraiche e per un numero crescente di democrazie ricorda invece il momento in cui una battaglia sacrosanta contro la discriminazione venne utilizzata per mettere sul banco degli imputati un solo Stato. Ed eccoci a Durban 25.

Le Nazioni Unite avevano convocato per il 28 settembre una riunione ad alto livello con un titolo impegnativo: “Mobilitare il sostegno pubblico globale per la piena ed effettiva attuazione della Dichiarazione e del Programma d’azione di Durban”. L’obiettivo dichiarato era rilanciare quella eredità a venticinque anni di distanza. Questa volta, però, qualcosa è andato storto. O, dal nostro punto di vista, finalmente dritto.

Secondo UN Watch, 48 Paesi hanno scelto di non partecipare. Tra loro ci sono Stati Uniti, Canada, Australia, Regno Unito, Germania, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca, Spagna, Polonia, Repubblica Ceca, Ucraina e, cosa che ci riguarda particolarmente, l’Italia. Naturalmente Israele. Ma anche Stati che appartengono ad aree politiche e geografiche molto diverse, dall’Argentina alla Colombia, dall’Albania alla Grecia, dal Paraguay alla Papua Nuova Guinea.

Il numero conta. Nel 2021, in occasione del ventesimo anniversario, i Paesi che si erano chiamati fuori erano stati 38. Stavolta sono dieci in più. UN Watch aveva lavorato proprio per allargare quel fronte, attraverso la campagna “Say No to Durban 25”: un sito dedicato, una petizione internazionale, video, iniziative sui social, contatti con diplomatici e governi e un incontro organizzato insieme a NGO Monitor con protagonisti e testimoni della conferenza del 2001. Tra le voci mobilitate anche quella di Irwin Cotler, ex ministro della Giustizia canadese e storico combattente contro l’antisemitismo. La campagna chiedeva ai governi di rifiutare la commemorazione se l’ONU non avesse preso esplicitamente le distanze dagli aspetti più controversi dell’eredità di Durban. Quarantotto governi hanno deciso di non esserci. È questo il dato che merita di essere trattenuto. Specialmente dopo tre anni nei quali abbiamo visto Israele sottoposto a una pressione internazionale impressionante e parole come apartheid e genocidio entrare con una facilità sconcertante nel linguaggio politico, universitario e mediatico. Qualcosa, evidentemente, resiste.

Resiste l’idea che combattere il razzismo sia una cosa troppo seria per permettere che quella battaglia venga contaminata dall’antisemitismo. Resiste la capacità di distinguere la critica a Israele dalla sua demonizzazione. E resiste, persino dentro una comunità internazionale spesso ostile o indifferente, un nucleo di Paesi disposti a dire che esiste un limite. Mi fa particolarmente piacere che tra questi ci sia l’Italia.

Quarantotto su quasi duecento Stati membri dell’ONU restano una minoranza e sarebbe sciocco dimenticarlo. E una giornata come questa non cancella Durban, né venticinque anni di ossessione internazionale nei confronti di Israele. Però quarantotto sono molti più di zero, e sono dieci più di cinque anni fa. In tempi come questi, persino l’aritmetica può dare qualche speranza. Forse, davvero, non tutto è perduto.