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Oz Davidian, 120 vite salvate e una ferita che non si chiude

Il 7 ottobre entrò quindici volte nell’area del Nova per soccorrere i ragazzi in fuga. Tre anni dopo racconta il prezzo di quelle ore e la sua lotta contro il trauma

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
Oz Davidian, 120 vite salvate e una ferita che non si chiude
Iimmagine generata con AI

Quindici viaggi dentro l’inferno, 120 persone portate fuori vive. Tre anni dopo il 7 ottobre, Oz Davidian continua però a pensare soprattutto a quelli che non riuscì a salvare. «Ci sono luoghi in cui sono arrivato e non c’era più nessuno vivo. Spesso penso che forse, se fossi passato da un’altra parte, avrei fatto in tempo». È il pensiero che ancora lo accompagna e che oggi riesce a raccontare insieme a un’altra verità: dopo quel giorno ha scoperto di soffrire di disturbo post-traumatico da stress ed è seguito da psicologi e da uno psichiatra.

Davidian vive nel moshav Maslul, poco distante dalla zona del festival Nova. La mattina del 7 ottobre 2023 fu svegliato dall’eccezionale raffica di razzi. Mentre lui e la moglie cercavano di mettere al sicuro le figlie, arrivò un messaggio della sorella Dikla. Alcuni giovani terrorizzati erano giunti alla fattoria di suo marito chiedendo aiuto. Davidian prese dell’acqua, salì sul pickup fuoristrada e partì. Scelse di muoversi attraverso i campi anziché sulle strade. Quella decisione, avrebbe capito più tardi, probabilmente gli salvò la vita.

Quando raggiunse la zona comprese gradualmente le dimensioni dell’attacco. Conosceva perfettamente quei terreni e cominciò a entrare e uscire dal luogo del massacro attraverso i sentieri e i wadi. Ogni volta caricava sul pickup quanti più ragazzi poteva, spesso sotto il fuoco, e li trasportava verso Maslul e Patish. Poi tornava indietro.

A un certo punto cominciarono ad arrivargli direttamente sul telefono le posizioni di persone nascoste nei campi. Il suo numero circolava fra i sopravvissuti e veniva passato ad amici, genitori, fratelli. Davidian organizzava mentalmente il percorso e cercava di raggiungere ogni posizione. In alcuni punti trovava ragazzi ancora vivi; in altri soltanto corpi. Entrò quindici volte nell’area e alla fine aveva portato in salvo 120 persone.

Durante i soccorsi scattò anche fotografie con i ragazzi che trasportava. Poteva sembrare un gesto incomprensibile in quelle ore, ma aveva una ragione terribile: temeva che potessero morire e voleva lasciare una testimonianza che permettesse di sapere chi si trovava sul suo mezzo. Le immagini servivano anche a far capire all’esterno le dimensioni dell’attacco e a chiedere rinforzi. Ai ragazzi affidava poi il telefono per pochi secondi: «Papà, mamma, sono vivo», potevano finalmente dire alle famiglie.

Il 7 ottobre per Davidian, tuttavia, non terminò quella sera. Fu richiamato come riservista e per quasi quattro mesi collaborò con le forze di sicurezza nell’area del Nova, partecipando anche alla ricerca dei corpi e all’identificazione dei reperti. Successivamente continuò il servizio nella Divisione Gaza.

Fu allora che il corpo presentò il conto. Mentre guidava nella zona di Kfar Aza e Re’im per portare cibo ai soldati, sentì improvvisamente una pressione fortissima, il cuore accelerare e il calore diffondersi nel corpo. Aveva superato i cinquant’anni, fumava e pensò a un infarto. I suoi comandanti capirono prima di lui che cosa stava succedendo.

Da quel momento cominciò il percorso terapeutico. Davidian è seguito da uno psichiatra, svolge psicoterapia e assume farmaci. A un certo punto interruppe le sedute perché affrontare continuamente quelle immagini era diventato troppo doloroso; dopo alcuni mesi tornò in terapia. «I farmaci aiutano, la terapia aiuta, parlare aiuta», racconta oggi. «È terribilmente difficile, ma salva davvero delle vite».

Le 120 persone salvate sono rimaste nella sua vita. Hanno un gruppo WhatsApp e Davidian le chiama «i miei ragazzi». Una delle sopravvissute, Tehila, ha avuto un figlio circa un anno e mezzo dopo il massacro e lo ha chiamato Oz in suo onore. Shani Arditi, immortalata nel cassone del pickup in una delle fotografie diventate simbolo dei soccorsi, si è sposata.

Altri sopravvissuti faticano ancora a riprendere la propria esistenza. Davidian cerca di aiutarli e mantiene i rapporti anche con famiglie alle quali quel 7 ottobre dovette dare indirettamente la risposta più terribile, arrivando nei luoghi indicati quando ormai non c’era più nessuno da salvare.

Rifiuta invece che quella giornata venga trascinata nello scontro politico. La fotografia che lo ritrae insieme a Yair Golan è stata perfino utilizzata per alimentare teorie cospirazioniste sull’attacco. Davidian risponde ricordando una cosa molto più semplice: quel giorno, quando caricavano persone sui mezzi per salvarle, nessuno domandava loro che cosa pensassero politicamente. «Le salvavamo perché erano i nostri figli».

Oggi non sa se tornerà mai l’uomo che era prima del 7 ottobre. Vorrebbe almeno riavvicinarsi alla vita semplice di prima, nel moshav, con la moglie e le figlie. E vorrebbe un Israele «più unito, più coeso, con meno divisioni».

Ha salvato 120 persone. Tre anni dopo continua a domandarsi se avrebbe potuto salvarne 121.