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Il cerchiobottismo del Quirinale

Mattarella condanna con fermezza il pogrom del 7 ottobre, poi mette sullo stesso piano aggressori e aggrediti. Una distinzione che il Quirinale non ha mai smarrito sull’Ucraina

Giuliano Cazzola

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Il cerchiobottismo del Quirinale
Iimmagine generata con AI

Sergio Mattarella, come sempre attento testimone dello scorrere della Storia, ha voluto ricordare il terzo anniversario del pogrom del 7 ottobre con parole chiare e nette. “La data odierna segna la tragica ricorrenza dell‘ignobile attacco perpetrato da Hamas contro numerosi civili israeliani”, inizia così il messaggio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che prosegue ricordando che in quel giorno “Molti giovani, anche di altre nazionalità”, furono “vilmente colpiti, tratti in ostaggio o privati della vita mentre si trovavano riuniti per un’occasione di festa. Altri brutalmente uccisi o rapiti nelle loro case, senza nessuna pietà per bambini e anziani”.

Poi il presidente Mattarella ha lanciato un monito: “Gli atti di terrorismo non potranno mai essere giustificati né archiviati. Resteranno, per tutti i popoli, un doloroso monito affinché siano per sempre condannate e respinte con fermezza, in Medio Oriente e nel mondo intero, le piaghe barbare e incivili del terrorismo, dell’antisemitismo e di ogni forma di odio su base etnica e religiosa“. Fino a qui un robusto colpo al cerchio.

Evidentemente, però, il capo dello Stato ha temuto di non essere imparziale in considerazione dei sentimenti che animano le forze politiche e gran parte dell’opinione pubblica. Così, Mattarella ha sferrato un colpo alla botte, individuando un rapporto di causa ed effetto tra la strage di civili israeliani nel deserto e nei kibbuz e la guerra di Gaza con le conseguenze che adesso vengono definite Naza dal titolo di un docufilm premiato a Venezia e oggetto di pellegrinaggi di fede nelle sale cinematografiche di tutto il mondo.

“Alle atroci sofferenze causate si aggiungono – ha scritto il presidente – quelle che, ancor più da allora, gravano su moltitudini di palestinesi. Le operazioni militari condotte dalle forze israeliane a Gaza hanno provocato una devastazione umana e materiale di intollerabile gravità. Allo stesso tempo è inaccettabile il processo di erosione di territori attribuiti all’Autorità Nazionale Palestinese”. Pur con tutta la stima e il rispetto dovuti ad un grande statista, sembra a noi che Mattarella in questo messaggio abbia smarrito quella differenza tra l’aggressore e l’aggredito in un conflitto bellico che è sempre stato un punto fermo della linea di condotta del Quirinale nel caso della guerra in Ucraina.

A Mattarella va riconosciuto di aver usato – cosa che tante forze politiche non fanno più – parole dure nel condannare le efferatezze del pogrom del 7 ottobre, ma non può anche nelle guerre del Medio Oriente non distinguere chi siano gli aggrediti e gli aggressori. Che cosa avrebbe dovuto fare Israele, dopo il 7 ottobre 2023? Chiedere l’intervento dell’Onu per beccarsi un’ulteriore risoluzione di condanna? Promuovere su modello di Putin un’operazione militare speciale per un tempo massimo di 72 ore? Sappiamo tutti – a proposito del ritornello “due popoli, due Stati” – che per Israele è in ballo la sua stessa esistenza, che i suoi nemici non aspirano ad una pace giusta, ma allo sterminio degli ebrei in quanto tali. Che non è stato Israele ad aprire sette fronti di guerra, ma l’Iran con le sue truppe di ventura sparse in quell’area tanto martoriata. Sappiamo anche – perché se ne sono vantati i caporioni di Hamas – che i civili palestinesi morti servivano alla causa e facevano da scudo ai combattenti appollaiati nelle gallerie sotterranee.

I 75mila morti (ammesso e non concesso che il numero sia proprio questo di fonte Hamas) non sono vittime di Israele, ma di Hamas, come i libanesi lo sono di Hezbollah. Allo stesso modo di come gli abitanti di Dresda non sono considerati vittime dei bombardamenti angloamericani nel febbraio del 1945, ma del nazismo che aveva scatenato la guerra in Europa. Prima delle azioni militari nella Striscia, l’Idf avvertiva i civili di sgomberare le zone dove ci sarebbe stato l’intervento. L’esercito russo se ne guarda bene dal fare altrettanto. Anzi, ormai, sconfitte sul terreno di guerra – le truppe di Putin se la prendono soltanto con i civili, attraverso i missili e le cariche di droni.

Certo, a Gaza, per i civili in tempo di ostilità non è facile salvare la pelle, soprattutto quando sono i “tuoi” a volerti morto per fare propaganda alla causa (operazione riuscita con successo). Ma quando le tv davano conto di moltitudini di palestinesi costretti a peregrinare con le loro povere masserizie da un punto all’altro della Striscia, non dicevano che quella fatica avveniva per una loro maggiore sicurezza, come quando nel docufilm Naza si mostrano, nel buio sui tetti di Tel Aviv, come gatti, ufficiali a far di conto dei possibili effetti collaterali di un’azione di guerra, l’obiettivo non è quello di fare più vittime, ma di sacrificare meno vite possibile.