I diritti linguistici sono diventati un terreno di scontro tra i curdi siriani e il governo di Damasco. Da Qamishli a Kobane, migliaia di studenti protestano contro il decreto del 27 agosto che consente soltanto tre ore di curdo come seconda lingua. Molti boicottano le lezioni e chiedono che il curdo sia riconosciuto accanto all’arabo.
Per quattordici anni, durante la quasi indipendenza del nord-est siriano, numerosi bambini hanno studiato interamente in curdo. La retromarcia è legata all’accordo raggiunto a gennaio tra il leader curdo Mazlum Kobane e il presidente Ahmed al-Sharaa, dopo settimane di scontri. L’intesa prevede lo scioglimento delle Forze democratiche siriane e dell’Amministrazione autonoma del Nord-Est, con l’integrazione delle strutture curde nello Stato. Secondo i critici, si tratta di una capitolazione al predominio arabo in cambio di riforme simboliche.
La realtà siriana appare però più complessa. Le difficoltà condivise stanno creando forme inattese di solidarietà tra curdi e arabi, mettendo in discussione l’immagine di un’ostilità alimentata dal regime baathista.
Il problema riguarda un’intera generazione. Secondo l’Unhcr, molti bambini siriani rientrati dall’estero sono stati inseriti in classi inferiori a causa delle differenze linguistiche e dei programmi, con conseguenze sul benessere psicologico. Una sorte simile minaccia circa 638 mila studenti curdi del nord-est. Centomila hanno frequentato scuole amministrate dalle autorità curde e circa 40 mila non sanno parlare, leggere o scrivere in arabo.
Ahmed Mourad, deputato curdo della nuova Assemblea Popolare, parla del rischio di una “generazione perduta”. L’integrazione immediata nel sistema arabo, sostiene, è impossibile e i bambini non dovrebbero diventare strumenti del confronto politico.
Il ministero dell’Istruzione deve affrontare anche le condizioni disastrose delle infrastrutture scolastiche. Il regime di Bashar al-Assad ha distrutto circa seimila edifici scolastici e, alla sua caduta, il 40 per cento delle strutture rimaste era inutilizzabile. Il governo afferma di aver riparato 3.500 scuole, ma la carenza di insegnanti e il sovraffollamento delle classi rendono insufficienti i corsi di arabo per gli studenti rimpatriati. Le scuole private restano inaccessibili alla maggioranza della popolazione.
Per gli studenti curdi che non conoscono l’arabo non esiste ancora una soluzione stabile. Il ministero ha confermato le tre ore settimanali di lingua curda e sta selezionando insegnanti per diciassette scuole. Sono previste misure transitorie: per quest’anno scolastico, gli studenti del nono e dodicesimo anno potranno sostenere esami basati sul programma curdo e ottenere il riconoscimento dei risultati. Filosofia, storia e geografia potranno essere insegnate in curdo. Dalla prima all’ottava classe, nelle aree a maggioranza curda, saranno aggiunte due ore settimanali di educazione civica in curdo.
Rimane irrisolta la questione dei diplomi rilasciati dalle scuole e dalle università dell’ex amministrazione autonoma. Nel governo convivono due visioni: il curdo come materia scolastica oppure come vera lingua d’insegnamento. Finora Damasco non ha mostrato di voler accettare la seconda opzione.
I leader curdi temono che la Siria segua il modello turco. Nel 2012 Ankara introdusse corsi facoltativi di curdo nelle scuole medie, subordinandoli alla richiesta di almeno dieci studenti. La scarsa partecipazione ha spesso impedito l’avvio delle lezioni. Anche per questo Mazlum Kobane invita gli studenti a iscriversi, per evitare che la mancanza di domande diventi un pretesto per cancellare i corsi.
Sul piano politico, Ahmed al-Sharaa appare vicino alla Turchia, contraria a ogni autonomia su base etnica. Ha tuttavia compiuto gesti impensabili sotto Assad: ha riconosciuto il curdo come lingua nazionale, pur non dichiarandolo ufficiale, ha trasformato il Nowruz in una festività pubblica e ha nominato Mazlum Kobane consigliere per gli affari curdi. Sipan Hemo, altro dirigente delle Forze democratiche siriane, è diventato viceministro della Difesa.
Per molti curdi del nord-est queste decisioni sono soltanto simboliche. A Damasco, invece, vengono percepite come una svolta storica. Nel quartiere curdo di Rukneddine, dove la lingua è stata progressivamente abbandonata durante decenni di assimilazione, l’offerta di corsi viene accolta con entusiasmo. Giovani e anziani partecipano anche a lezioni serali informali. Sotto il regime baathista, organizzare corsi di curdo, celebrare apertamente il Nowruz o esibirsi in danze tradizionali poteva portare all’arresto.
Il gruppo folcloristico Azadi, a lungo perseguitato e accusato di incitamento all’odio etnico, ha potuto recentemente esibirsi alla Fiera internazionale di Damasco. È un segnale della trasformazione in corso, anche se non elimina le divergenze sul futuro politico e culturale dei curdi. La questione linguistica mostra così due realtà. Nel nord-est, dove l’istruzione in curdo era diventata una conquista concreta, le nuove regole vengono vissute come una perdita. A Damasco, dove l’identità curda è stata soffocata per decenni, anche poche ore di insegnamento rappresentano una conquista quasi rivoluzionaria. Tra queste due percezioni si gioca la capacità della nuova Siria di riconoscere la propria pluralità e di evitare che centinaia di migliaia di bambini diventino vittime di un’altra guerra, questa volta combattuta nelle aule scolastiche.

