Genocidio, apartheid, colonialismo d’insediamento. Tre espressioni diventate quasi inseparabili quando si parla di Israele, ripetute nel dibattito politico, nelle università, nelle manifestazioni e sui media fino a trasformarsi spesso in definizioni date per acquisite. Un nuovo studio di Günther Jikeli, professore associato all’Indiana University Bloomington, e Philippe Karpe, ricercatore del CIRAD francese, prova a fare l’operazione inversa: separare le tre accuse e sottoporle una per una ai criteri giuridici o storici che consentono di stabilire se siano fondate.
Il lavoro, intitolato Three Accusations against Israel: Apartheid, Settler Colonialism, and Genocide under Legal and Historical Scrutiny, è stato pubblicato il 24 settembre sulla piattaforma accademica SSRN come working paper. Gli autori arrivano a una conclusione precisa: sulla base degli elementi esaminati, le qualificazioni di apartheid e genocidio non risultano dimostrate, mentre il colonialismo d’insediamento non costituisce una categoria adeguata per definire complessivamente il sionismo e Israele.
La distinzione è essenziale perché genocidio e apartheid sono crimini definiti dal diritto internazionale e richiedono la presenza di requisiti specifici. Nel caso dell’apartheid, Jikeli e Karpe riconoscono l’esistenza in Israele di razzismo e significative disparità. Osservano però che i cittadini arabi israeliani partecipano alle elezioni nazionali, siedono alla Knesset e possono rivolgersi ai tribunali. Secondo la loro analisi, queste condizioni non corrispondono a un sistema legalmente imposto di segregazione razziale ed esclusione politica.
Più complessa è la Cisgiordania, che gli stessi autori considerano il terreno sul quale l’accusa di apartheid presenta gli argomenti più consistenti. L’occupazione prolungata, gli insediamenti, i differenti regimi giuridici e amministrativi e il processo verso un’annessione di fatto sono esplicitamente presi in considerazione. Per Jikeli e Karpe, tuttavia, l’insieme degli elementi disponibili non dimostra lo scopo o l’intenzione richiesti dal diritto internazionale di instaurare o mantenere un regime sistematico di dominio e oppressione razziale.
Sul genocidio a Gaza il nodo decisivo diventa l’intenzione. La Convenzione del 1948 richiede che determinati atti siano compiuti con l’intento specifico di distruggere, totalmente o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale. Gli autori riconoscono l’enorme numero di palestinesi uccisi e feriti, le privazioni e le sofferenze inflitte alla popolazione civile. La loro conclusione è che le prove considerate non consentono di stabilire l’esistenza dell’intento specifico necessario per configurare il genocidio.
Lo studio affronta anche episodi frequentemente utilizzati per sostenere l’accusa, tra i quali la sospensione degli aiuti umanitari tra marzo e maggio 2025 e la distruzione della clinica per la fecondazione assistita Al-Basma. Secondo i ricercatori, neppure questi elementi, considerati nel quadro complessivo, permettono di dimostrare l’intenzione di distruggere fisicamente o biologicamente il gruppo palestinese.
Diversa ancora è la questione del colonialismo d’insediamento, categoria storico-comparativa anziché fattispecie penale. Jikeli e Karpe ritengono che possa illuminare alcuni aspetti dell’insediamento precedente alla nascita dello Stato, dello sfollamento palestinese e della politica israeliana in Cisgiordania dopo il 1967. Diventa però insufficiente, secondo loro, quando pretende di spiegare il sionismo nel suo insieme, perché trascura il carattere nazionale del movimento, l’arrivo di grandi masse di profughi ebrei, il legame storico ebraico con la terra d’Israele e l’assenza di una madrepatria coloniale.
Il punto più interessante del lavoro sta forse nel metodo. Gli autori contestano il meccanismo attraverso il quale accuse differenti finiscono per sostenersi reciprocamente: Israele sarebbe genocida perché coloniale, coloniale perché fondato sull’apartheid, responsabile di apartheid perché genocida. In questo modo, sostengono, le categorie perdono i confini che danno loro un significato preciso e la prova richiesta per ciascuna viene progressivamente indebolita.
Le conclusioni di Jikeli e Karpe si collocano dentro un confronto accademico e giuridico tutt’altro che chiuso. Organizzazioni come Human Rights Watch e B’Tselem hanno sostenuto conclusioni opposte sull’apartheid e, nel caso di B’Tselem, anche sul genocidio a Gaza. Proprio questa distanza rende significativo il nuovo studio. Riporta la discussione sul terreno sul quale accuse tanto gravi devono essere misurate: definizioni precise, elementi probatori e criteri giuridici verificabili.