C’è qualcosa di inquietante nell’allocuzione pronunciata da Leone XIV a Metz il 28 settembre. Impressionante per quello che dice, certamente. Ancora di più per quello che riesce a non dire. Il Papa è andato «alle radici dell’Europa» citando la civiltà ellenistica, l’Impero romano, il cristianesimo, le culture germaniche e slave. Ha dedicato ampio spazio a san Benedetto, ha spiegato che «non si può parlare dell’Europa senza menzionare il cristianesimo», ha evocato due giganti come Robert Schuman – ministro degli Esteri francese e uno dei principali padri fondatori dell’integrazione europea – e Alcide De Gasperi. Poi, parlando degli incontri che hanno formato la civiltà del Vecchio Continente, ha trovato persino il modo di ricordare «la presenza della cultura araba nella penisola iberica». Gli ebrei, niente.
Dimenticanza piuttosto singolare in un discorso dedicato alle «radici dell’Europa» perché l’ebraismo in Europa non è una nota a piè di pagina, una minoranza sopraggiunta lungo il cammino, un contributo tra i molti. La stessa Commissione europea ha avuto la bontà di riconoscere gli ebrei, presenti nel continente da oltre duemila anni, come «parte indissolubile dell’identità europea» e considera il patrimonio culturale ebraico elemento integrante della nostra cultura.
C’è poi un dettaglio che, pronunciando un discorso sulle radici cristiane, dovrebbe essere difficile smarrire: il cristianesimo nasce dall’ebraismo. Gesù era ebreo come ebrei erano Maria, gli apostoli, Paolo e come ebraiche sono le Scritture che il cristianesimo chiama Antico Testamento. Per quanto uno voglia rivoltare la storia come un pedalino, Gerusalemme precede la Roma cristiana ed eliminare la matrice ebraica dalla genealogia spirituale dell’Europa significa raccontare il cristianesimo amputandone l’origine.
Ma ecco che arriva Paolo Gentiloni e riesce, in poche righe, a rendere il quadro ancora più istruttivo. Interrogato sul discorso papale, l’ex presidente del Consiglio riconosce che fu un errore escludere le radici cristiane dal progetto di Costituzione europea. Fin qui, una posizione storicamente comprensibile. Quando però ricostruisce l’identità europea, spiega che «certamente può riconoscere influenze arabe in diversi periodi e un’importante presenza ebraica», prima di ribadire la centralità delle radici cristiane. Le parole, signor Gentiloni contano, soprattutto quando si parla di storia.
Per gli arabi ci sono le «influenze». Per gli ebrei una «presenza». Come se Atene, Roma e il cristianesimo avessero edificato l’Europa e gli ebrei fossero rimasti per duemila anni educatamente seduti in loggione. È una formulazione storicamente povera che diventa quasi grottesca quando la «presenza ebraica» viene collocata accanto alle «influenze arabe» come se si trattasse di apporti comparabili alla formazione profonda dell’identità europea. Nessuno studioso serio nega gli scambi, le mediazioni e i contributi provenienti dal mondo arabo-islamico, dalla penisola iberica alla trasmissione di testi scientifici e filosofici. Il punto è un altro: confondere contributi storici con radici costitutive significa usare le parole con una disinvoltura che la storia non consente.
E viene difficile considerare questa doppia rimozione del tutto innocente nel clima europeo successivo al 7 ottobre 2023. La stessa Commissione europea registra da allora un aumento fortissimo dell’odio e della violenza contro gli ebrei e parla di livelli di antisemitismo senza precedenti dalla fondazione dell’Unione. Sta accadendo qualcosa che va ben oltre l’ostilità verso Israele al punto che l’ebreo viene progressivamente separato dalla storia europea. Ma ancora: lo Stato di Israele viene trattato come un corpo estraneo all’Occidente; l’ebraismo come una presenza laterale; il contributo ebraico come qualcosa che si può ricordare oppure omettere senza che cambi il racconto. E invece cambia tutto perché togliere Gerusalemme dall’Europa significa rendere incomprensibile l’Europa stessa.
La constatazione più amara è che per ricordarlo non occorre essere sionisti, ebrei o particolarmente benevoli verso Israele. Sarebbe sufficiente aprire i libri. Oppure, per Gentiloni, rileggere i documenti dell’istituzione europea di cui è stato commissario: «Jewish history is European history. Jewish culture is European culture», ha dichiarato la presidente della Commissione europea. Forse il problema del nostro tempo è ormai proprio questo. Lo abbiamo detto molte volte e lo ripeteremo altrettante volte: gli ebrei vengono ricordati molto volentieri quando sono morti ma diventano immediatamente più ingombranti quando occorre riconoscere che sono vivi, che Israele esiste e che la loro storia non sta ai margini della nostra civiltà. Sta dentro. Dall’inizio. E perfino prima di quell’inizio.