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La via cinese alle armi dell’Iran

Droni, missili, petrolio e sanzioni aggirate. I dati doganali rivelano quanto Pechino sia diventata essenziale per Teheran

Paolo Montesi

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La via cinese alle armi dell’Iran
Iimmagine generata con AI

Circa 1.300 spedizioni di componenti a duplice uso sono partite dalla Cina e hanno raggiunto il ministero della Difesa iraniano nei primi sei mesi del 2026. Dentro i carichi c’erano apparecchiature elettroniche, sistemi GPS, motori elettrici, parti di motori aeronautici e composti chimici utilizzabili anche per la produzione di droni e per i sistemi di guida dei missili. È quanto emerge dai dati doganali iraniani esaminati dal Wall Street Journal, che permettono di misurare con una precisione finora impossibile la profondità dei rapporti tra Pechino e Teheran.

La questione acquista un peso particolare mentre Xi Jinping incontra negli Stati Uniti Donald Trump. Tra Washington e Pechino si discutono commercio, tecnologia, intelligenza artificiale e Taiwan, mentre sullo sfondo emerge un dossier che riguarda direttamente la sicurezza americana e gli equilibri del Medio Oriente. L’Iran sottoposto alle sanzioni statunitensi continua infatti a trovare in Cina merci, mercati e canali finanziari indispensabili alla propria capacità di resistenza.

Le registrazioni doganali analizzate dal quotidiano americano documentano forniture che possono avere impieghi civili e militari. Proprio questa ambivalenza rende particolarmente difficile controllarne il commercio. GPS, motori ed elettronica possono entrare nella produzione civile e, con le stesse caratteristiche, diventare elementi essenziali di un drone o di un sistema missilistico. I dati relativi al periodo compreso tra gennaio 2025 e giugno 2026 indicano migliaia di consegne al ministero della Difesa e a società iraniane.

La Cina svolge inoltre un ruolo crescente nella catena di approvvigionamento degli Houthi. Molti fornitori dei componenti utilizzati per i droni del gruppo yemenita si trovano in territorio cinese. I rapporti commerciali si appoggiano a intermediari yemeniti presenti da anni nelle città della Repubblica popolare e a uomini preparati appositamente per operare sul mercato locale.

Il legame con Teheran, tuttavia, va ben oltre la tecnologia militare. La Cina assorbe oltre l’80 per cento del petrolio iraniano esportato, garantendo alla Repubblica islamica un flusso di entrate che le sanzioni americane cercano da anni di comprimere. Gran parte degli acquisti passa attraverso raffinerie indipendenti cinesi, mentre triangolazioni e transiti attraverso paesi terzi rendono più difficile ricostruire l’origine del greggio.

Il risultato è un rapporto nel quale energia, commercio e sicurezza finiscono per sovrapporsi. Teheran ottiene uno sbocco fondamentale per il proprio petrolio e continua ad accedere a tecnologie necessarie alla sua industria militare; Pechino assicura forniture energetiche a condizioni favorevoli e consolida la propria influenza su uno dei principali avversari degli Stati Uniti in Medio Oriente.

Per Washington il problema è altrettanto evidente. Colpire con maggiore decisione le reti cinesi che riforniscono l’Iran significherebbe rischiare uno scontro economico con Pechino proprio mentre Trump considera prioritario mantenere aperto il rapporto con Xi. L’amministrazione americana ha finora evitato di trasformare pubblicamente l’assistenza cinese all’Iran in un terreno di confronto diretto con la leadership cinese.

È questa la contraddizione che le 1.300 spedizioni rendono ormai difficile ignorare. Le sanzioni possono restringere le vie attraverso le quali Teheran finanzia e alimenta il proprio apparato militare. Finché alle spalle dell’Iran rimane la seconda economia del mondo, chiuderle tutte diventa enormemente più complicato.