Siamo abituati fin da bambini a vedere i pagliacci abbigliati con vesti appariscenti, parrucche scarmigliate e di intensi colori, scarpe e guanti sfondati, nasi ricoperti di una piccola proboscide rossa, volti imbellettati. Di solito i pagliacci si esibiscono nei circhi equestri svolgendo una funzione di intermezzo tra un numero e l’altro. Può capitare di vederli sfilare per le strade – solitamente di paese – insieme a tutto il personale di un circo allo scopo di invitare le famiglie agli spettacoli pomeridiani e serali.
Nei giorni scorsi, vi è stata per le vie di Roma – con tappa in Vaticano, alle ambasciate di Palestina e Libano e alla sede della Leonardo – una manifestazione di pagliacci in tonaca, saio o clergyman, alcuni con la kefiah: un centinaio di sacerdoti provenienti da tutta l’Italia ed anche dall’estero, al grido di “Preti contro il genocidio”, ovviamente dei palestinesi ad opera di Israele. In testa alla sfilata un sudario con i nomi di 300 bambini palestinesi e libanesi uccisi dopo la dichiarazione dei due “cessate il fuoco”. Lungo il corteo un canto su Taybeh, in Cisgiordania, composto appositamente per l’occasione da padre Xavier Morlans (sacerdote e teologo catalano con l’estro del musicista).
Si spiega così anche la conclusione del corteo davanti alla sede di Leonardo, azienda partecipata al 30% dal ministero dell’Economia e delle Finanze, che, secondo il rapporto Sipri del 2025, è la seconda azienda dell’Unione europea nel settore degli armamenti e ha aumentato il proprio fatturato bellico del 10%, raggiungendo i 13,8 miliardi di dollari. Tutto ciò a conferma delle teorie di Papa Francesco secondo il quale le guerre si fanno al solo scopo di produrre e vendere armi.
La Sala stampa del Vaticano nel dare la notizia della manifestazione ne ha un po’ mistificato l’obiettivo, definendo l’iniziativa rivolta a chiedere il “cessate il fuoco” e la pace in quel pezzo di terra martoriato, senza mai usare la parola “genocidio”, assai più pertinente per il pogrom del 7 ottobre 2023 quando vennero sterminati 36 piccoli ebrei, altri 2 morirono in prigionia. E non erano utilizzati come scudi umani dai militanti di Hamas nella Striscia.
Quanto all’altro conflitto, in Ucraina, è l’Unicef a testimoniare che – secondo dati verificati dalle Nazioni Unite – dall’escalation della guerra nel 2022 sono stati uccisi o feriti oltre 3.400 bambini. Inoltre, milioni di bambini in Ucraina continuano a subire le conseguenze delle ostilità incessanti, tra cui la vita sotto i bombardamenti, con il rischio di attacchi aerei, lo sfollamento e l’acuirsi dell’incertezza e della paura che nessun luogo sia sicuro, nemmeno quando vanno a dormire la notte. Ben 2,6 milioni sono sfollati. Secondo le stime ufficiali delle organizzazioni internazionali, dall’inizio del conflitto sono oltre 20mila i bambini ucraini deportati o trasferiti con la forza in Russia dove subiscono delle violenze camuffate da processi di rieducazione. E si tratta in generale di cristiani ortodossi.
In un appello ben 400 sacerdoti ucraini hanno denunciato: “Stiamo assistendo alle brutali azioni dell’esercito russo contro il popolo ucraino, approvate dal patriarca Kirill. Come sacerdoti della Chiesa e come semplici cristiani, siamo sempre stati e saremo sempre con il nostro popolo, con coloro che soffrono e hanno bisogno di aiuto. Sosteniamo pienamente le autorità statali ucraine e le forze armate ucraine nella loro lotta contro l’aggressore”.
Evidentemente per i preti per Gaza non tutti i bambini morti sono uguali perché la differenza la fa chi li uccide. Quando ad amazzare sono gli ebrei i morti sono più morti degli altri. E questo è antisemitismo. Ma non divaghiamo.
Spostiamo la nostra attenzione su altri massacri di cristiani che vengono ignorati non solo dai preti antisemiti ma persino dal Vaticano. È il caso delle stragi in Nigeria. Dal 2009 i pastori musulmani Fulani spinti dalla desertificazione climatica hanno ucciso tra le tredicimila e diciannovemila persone innocenti soprattutto tra i cristiani della “Middle Belt”.
Le case vengono incendiate con dentro le famiglie, i corpi sono stati ritrovati bruciati fino a renderli irriconoscibili. Bambini piccoli, donne anziane, uomini disarmati: nessuno è stato risparmiato. Non si tratta di fatti isolati ma di una strategia più ampia, sistematica, che negli ultimi dieci anni ha visto la progressiva eliminazione di comunità cristiane rurali nel “Middle Belt” della Nigeria. I campi vengono distrutti, i luoghi di culto bruciati, le famiglie sterminate. Lo Stato nigeriano non sembra reagire. Le forze di sicurezza arrivano sempre dopo. Le promesse presidenziali si susseguono, ma la verità è che i cristiani nigeriani delle zone rurali vivono ormai in uno stato di terrore costante e abbandonati, in quanto politicamente non corretti.
I bambini – come risulta da documenti dell’Università Cattolica – non conoscono la pace, associano il buio della notte al rumore degli spari e al pianto delle madri. Se la comunità internazionale, se le autorità religiose, se lo stato stesso non riconosceranno con onestà che quello in corso è un lento genocidio religioso, allora non resteranno che le ceneri.
Secondo un’interrogazione presentata al Parlamento europeo, negli anni scorsi, più di 5.600 cristiani sono stati uccisi per la loro fede, più di 124.000 sono stati sfollati con la forza dalle loro case, quasi 15.000 sono diventati profughi e più di 2.100 chiese sono state attaccate. Ma persino il Vaticano preferisce accreditare la tesi di conflitto tra pastori e agricoltori, per motivazioni socio-economiche.
Le autorità religiose nigeriane lamentano che la loro condizione viene dimenticata a livello internazionale. In un incontro con una delegazione dei cristiani nigeriani, Papa Francesco rivolse loro queste parole: “Il pericolo della chiusura; non essere universale, ma chiudersi in un isolamento – mi permetto la parola – tribale. No. Le vostre radici si chiudono, si isolano in questo atteggiamento tribale e non universale, non comunitario. Comunità sì; tribù, no”.
La Santa Sede è evasiva nel condannare le persecuzioni vere. In Nicaragua, benché l’83% della popolazione professi la fede cattolica, la Chiesa vive in un clima di persecuzione anche violenta. In questi casi – come nella Cina popolare – il Vaticano si affida alla sua grande tradizione diplomatica, che sembra essere venuta meno nei confronti di Israele, a cui non si concede nulla: neppure la possibilità di salvare la propria esistenza.