Denunce di torture, perquisizioni corporali, insulti, minacce e isolamento degli esponenti della comunità Lgbtiq+ arrestati nelle maxi retate del 12-13 settembre in almeno 15 province della Turchia. A denunciarlo è Kaos GL Derneği, la più prestigiosa associazione sui diritti di genere del paese. Nel famigerato carcere di Sincan gli omosessuali sono sottoposti a torture, maltrattamenti e isolamento, a perquisizioni corporali, a violenza fisica, a insulti e minacce. Agli arrestati è stato impedito anche l’accesso ai farmaci e ai beni di prima necessità.
Intanto non si ferma l’ondata di arresti in Turchia di esponenti della comunità Lgbtiq+ nell’ambito dell’operazione denominata “La mia famiglia è al sicuro”. Dopo l’arresto di circa 200 persone nella notte del 12 settembre, lunedì 21 registriamo il fermo di altre 82 persone in almeno 15 province del paese. Tra loro, difensori dei diritti umani e il giornalista Tuğba Tekerek. Il Tribunale di primo grado n. 6 di Ankara ha disposto l’arresto di sette membri di Kaos GL accusati di violazione della legge sulle associazioni e di reati legati alla pubblicazione di materiale ritenuto osceno. A Mersin, altre 27 persone sono state arrestate, tra cui esponenti delle associazioni “Muamma” e “Mersin 7 Renk”.
Dal carcere di Sincan, ad Ankara, e dal carcere di “Tipo E” di Mersin, i detenuti hanno denunciato quella che descrivono come una campagna di intimidazione contro la comunità Lgbtiq+ e contro il giornalismo indipendente. Tekerek ha definito le accuse “prive di fondamento” e ha sostenuto che il suo arresto, legato a un articolo sulle elezioni georgiane pubblicato su Kaos GL, rappresenti un tentativo di punire non solo una giornalista, ma il diritto stesso di raccontare la realtà.
Gli attivisti di Kaos GL hanno risposto alla repressione con messaggi di resistenza. Selin Berghan ha dichiarato di vivere la detenzione come parte della lotta per la liberazione sessuale, trasformando il prezzo pagato in un “segno d’onore”. Nedime Erdoğan, madre omosessuale e promotrice del sostegno alle famiglie, ha ribadito che l’unica risposta possibile è stringersi ancora di più, mantenere viva la speranza e continuare a lottare contro il bullismo e le ingiustizie subite dalle persone Lgbtiq+ nell’istruzione, nella sanità e nella vita pubblica.
Particolarmente drammatica è la testimonianza di Janset Kalan, attivista trans, che ha raccontato la solitudine e l’isolamento vissuti in carcere. Ha sottolineato che molte persone transgender detenute non stanno bene e che la solidarietà, persino un semplice abbraccio, diventa un bisogno essenziale. Ha chiesto di non dimenticare i detenuti trans nelle prigioni di Sincan e del resto del Paese.
A Mersin, le condizioni descritte appaiono ancora più allarmanti: un carcere progettato per 1.000 persone ne ospiterebbe oltre 3.000; in una cella destinata a dieci detenuti ne sarebbero state ammassate 18, costringendo otto persone a dormire a turno sul pavimento. Cinque detenuti in isolamento avrebbero inoltre subito limitazioni nell’accesso a farmaci, cure mediche, libri, lettere e telefonate. Nonostante tutto, gli attivisti continuano a proclamare la propria dignità e a chiedere solidarietà. Il loro messaggio è netto: i diritti Lgbtiq+ sono diritti umani, l’amore è organizzazione e nessuna prigione può spezzare una resistenza collettiva.
Nella rete della repressione è finito anche il ballerino Zenne Arif mentre si esibiva sul palco durante la “Festa dell’hennè”. Si è trovato addosso gli agenti della buoncostume che lo hanno arrestato. Il noto ballerino di “zenne” si stava esibendo in una travolgente danza del ventre in un locale notturno di Izmir, davanti a centinaia di ragazze, sue fan nella città più europea della Turchia, mentre, simultaneamente, scattavano retate in almeno 15 province del Paese contro centinaia di esponenti del movimento Lgbtiq+. Da Ankara a Istanbul fino a Izmir e ad altri importanti centri urbani era iniziata l’operazione definita dal ministero dell’Interno con lo slogan “La mia famiglia è al sicuro”.
La notte tra il 12 e il 13 settembre sarà ricordata in Turchia come “la notte del pogrom” contro l’omosessualità: la caccia grossa contro tutte le associazioni Lgbtiq+, i loro dirigenti e i loro membri accusati di promuovere l’indottrinamento dei minori e di istigarli all’omosessualità, alla promozione dell’oscenità, alla volgarità, alla pornografia e alla prostituzione. Accusati con le loro pratiche di distruggere la “Famiglia” con i suoi valori turchi e non occidentali. Il ministro dell’Interno parla esplicitamente della difesa della famiglia minacciata dai valori occidentali considerati degeneri, propensi alla devianza; valori che, secondo la nuova visione erdoğaniana, non appartengono alla cultura e alla tradizione locale, ma che sono stati introdotti da un Occidente malato.
Sono finite dietro le sbarre oltre 200 persone, sono stati chiusi decine di centri e riviste e sono state perquisite le sedi delle maggiori organizzazioni turche del movimento omosessuale, come Kaos GL.
Nella rete della “polizia morale turca” sono finiti anche numerosi giornalisti e personalità dello spettacolo, sono stati chiusi centinaia di siti Web e di account social.
La data del “12 settembre” per il movimento di liberazione omosessuale evoca quella del cruento golpe militare del 1980, quando la società civile turca fu spazzata via per finire nelle mani dei torturatori delle prigioni o con la corda al collo.
Da quella che era solo una retorica di Erdoğan contro l’omosessualità e a difesa della famiglia tradizionale si è passati al tentativo di un cambiamento legislativo che prevederebbe nel codice penale la criminalizzazione dell’omosessualità e la sua punibilità penale, come avviene in Libia, in Libano, in Iran e in diversi altri paesi. Una posizione, questa, già molto diffusa in Russia. Sembra che chiunque violi le linee rosse sempre più rigide in materia di famiglia e di sessualità del governo Erdoğan non sia più al sicuro. Ciò che colpisce è che nei suoi primi anni come sindaco di Istanbul aveva stretti collaboratori noti per essere gay.
Sono ormai lontani i tempi in cui il presidente turco si esprimeva come un difensore dei diritti di genere con queste parole: “Anche gli omosessuali devono essere legalmente protetti nel quadro dei loro diritti e delle loro libertà”.
Ma vediamo chi è il ballerino Arif Saçlı, il cui nome d’arte è Zenne Arif, vittima illustre di questa nuova furia repressiva contro ogni espressione di genere. È il più famoso artista “zenne” della Turchia. I suoi video di danza espliciti sono condivisi sui social media da milioni di utenti. Arif si distacca dall’immaginario convenzionale dello “zenne”, cioè quello con trucco da donna e movenze effeminate. Lui ama esibirsi senza trucco, col suo fisico atletico e muscoloso e con costumi sontuosi, scintillanti e vistosi copricapi. Si ispirava alle grandi ballerine di danza orientale quali Nesrin Topkapı e Didem.
Ora è diventato il volto della nuova repressione, ma è semplicemente un uomo che aveva scelto di vivere danzando. Un artista molto apprezzato, capace di fondere la danza tradizionale orientale con quella moderna.
Si esibiva nei matrimoni, nelle feste di addio al celibato e in quelle di divorzio, in locali privati e soprattutto nelle matinée riservate alle donne. Sui social mostrava il dietro le quinte, i costumi e le coreografie, raggiungendo oltre un milione di follower.
Per Arif la danza non ha genere. “È una forma di libertà e un modo per conquistarsi un posto nel mondo”, ha recentemente dichiarato in una sua intervista. “Se fossi rinato, avrei scelto nuovamente questa professione”, ha aggiunto.
Da bambino sognava di cantare, ma scoprendo di non avere una voce adatta si è orientato verso la danza. Agli esordi si vergognava della sua professione; d’inverno lavorava nel commercio al dettaglio e d’estate danzava sui battelli a Çeşme. La svolta avvenne l’8 marzo 2018, in occasione della Festa della Donna, quando, spinto da suo fratello, iniziò a monetizzare le sue esibizioni e a condividere il suo talento sui social.
“Non bevo alcolici e non fumo, per rispetto del mio lavoro, per preservare le energie e per evitare equivoci o reazioni inappropriate con i clienti durante le danze sessualmente più esplicite”.
“Non posso rovinarmi la vita dietro una scrivania con un salario minimo solo perché la famiglia desidera così; continuerò a vivere come sono: felice”, sono tra le ultime dichiarazioni di Arif prima del suo arresto.
Denunce di torture, perquisizioni corporali, insulti, minacce e isolamento degli esponenti della comunità Lgbtiq+ arrestati nelle maxi retate del 12-13 settembre in almeno 15 province della Turchia. A denunciarlo è Kaos GL Derneği, la più prestigiosa associazione sui diritti di genere del paese. Nel famigerato carcere di Sincan gli omosessuali sono sottoposti a torture, maltrattamenti e isolamento, a perquisizioni corporali, a violenza fisica, a insulti, minacce e isolamento. Agli arrestati è stato impedito anche l’accesso a farmaci e ai bisogni di base.
Intanto non si ferma l’ondata di arresti in Turchia di esponenti della comunità Lgbtiq+ nell’ambito dell’operazione denominata “La mia famiglia è al sicuro”. Dopo le circa 200 persone arrestate nella notte del 12 settembre, lunedì 21, registriamo il fermo di altre 82 persone in almeno 15 province del paese. Tra questi, difensori dei diritti umani e il giornalista Tuğba Tekerek. Il Tribunale di primo grado n. 6 di Ankara ha disposto l’arresto di sette membri di Kaos GL accusati di violazione della legge sulle associazioni e di reati legati alla pubblicazione di materiale ritenuto osceno. A Mersin, altre 27 persone sono state arrestate, tra cui esponenti delle associazioni “Muamma” e “Mersin 7 Renk”.
Dal carcere di Sincan, ad Ankara, e dal carcere di “Tipo E” di Mersin, i detenuti hanno denunciato quella che descrivono come una campagna di intimidazione contro la comunità Lgbtiq+ e contro il giornalismo indipendente. Tekerek ha definito le accuse “prive di fondamento” e ha sostenuto che il suo arresto, legato a un articolo sulle elezioni georgiane pubblicato su Kaos GL, rappresenti un tentativo di punire non solo una giornalista, ma il diritto stesso di raccontare la realtà.
Gli attivisti di Kaos GL hanno risposto alla repressione con messaggi di resistenza. Selin Berghan ha dichiarato di vivere la detenzione come parte della lotta per la liberazione sessuale, trasformando il prezzo pagato in un “segno d’onore”. Nedime Erdoğan, madre omosessuale e promotrice del sostegno alle famiglie, ha ribadito che l’unica risposta possibile è stringersi ancora di più, mantenere viva la speranza e continuare a lottare contro il bullismo e le ingiustizie subite dalle persone Lgbtiq+ nell’istruzione, nella sanità e nella vita pubblica.
Particolarmente drammatica è la testimonianza di Janset Kalan, attivista trans, che ha raccontato la solitudine e l’isolamento vissuti in carcere. Ha sottolineato che molte persone transgender detenute non stanno bene e che la solidarietà, persino un semplice abbraccio, diventa un bisogno essenziale. Ha chiesto di non dimenticare i detenuti trans nelle prigioni di Sincan e del resto del Paese.
A Mersin, le condizioni descritte appaiono ancora più allarmanti: un carcere progettato per 1.000 persone ne ospiterebbe oltre 3.000; in una cella destinata a dieci detenuti ne sarebbero state ammassate 18, costringendo otto persone a dormire a turno sul pavimento. Cinque detenuti in isolamento avrebbero inoltre subito limitazioni nell’accesso a farmaci, cure mediche, libri, lettere e telefonate. Nonostante tutto, gli attivisti continuano a proclamare la propria dignità e a chiedere solidarietà. Il loro messaggio è netto: i diritti Lgbtiq+ sono diritti umani, l’amore è organizzazione e nessuna prigione può spezzare una resistenza collettiva.
Nella rete della repressione è finito anche il ballerino Zenne Arif mentre si esibiva sul palco durante la “Festa dell’hennè”. Si è trovato addosso gli agenti della buoncostume che lo hanno arrestato. Il noto ballerino di “zenne” si stava esibendo in una travolgente danza del ventre in un locale notturno di Izmir, davanti a centinaia di ragazze, sue fan nella città più europea della Turchia, mentre si scatenavano, simultaneamente, in almeno 15 province del Paese retate contro centinaia di esponenti del movimento Lgbtiq+. Da Ankara a Istanbul fino ad Izmir ed altri importanti centri urbani era iniziata l’operazione definita dal Ministero dell’Interno con lo slogan “La mia Famiglia è al sicuro”.
La notte tra il 12 e il 13 settembre, sarà ricordata in Turchia come “la notte del pogrom” contro l’omosessualità: la caccia grossa contro tutte le associazioni Lgbtiq+, i loro dirigenti e i loro membri accusati di promuovere l’indottrinamento dei minori e di istigarli all’omosessualità, alla promozione dell’oscenità, alla volgarità, alla pornografia e alla prostituzione. Accusati con le loro pratiche di distruggere la “Famiglia” con i suoi valori turchi e non occidentali. Il Ministro dell’Interno parla esplicitamente della difesa della famiglia minacciata dai valori occidentali considerati degeneri, propensi alla devianza; valori che, secondo la nuova visione erdoğaniana non appartengono alla cultura e alla tradizione locale, ma che sono stati introdotti da un occidente malato.
Sono finite dietro le sbarre, oltre 200 persone, chiusi decine di centri, di riviste e sono state perquisite le sedi delle maggiori organizzazioni turche del movimento omossessuale, quale Kaos GL.
Nella rete della “polizia morale turca” sono finiti anche numerosi giornalisti e personalità dello spettacolo, sono stati chiusi centinaia di siti Web e di account social.
La data del “12 settembre”, per il movimento di liberazione omosessuale evoca quella del cruento golpe militare del 1980, quando la società civile turca fu spazzata via per finire nelle mani dei torturatori delle prigioni o con la corda al collo.
Da quella che era solo una retorica di Erdoğan contro l’omosessualità e a difesa della famiglia tradizionale si è passati al tentativo di un cambiamento legislativo che prevederebbe nel codice penale la criminalizzazione e la condanna dell’omosessualità come avviene in Libia, in Libano, in Iran e in diversi altri paesi. Una posizione, questa, già molto diffusa in Russia. Sembra che chiunque violi le linee rosse sempre più rigide in materia di famiglia e di sessualità del governo Erdoğan non sia più al sicuro. Ciò che colpisce è che nei suoi primi anni come sindaco di Istanbul, aveva stretti collaboratori noti per essere gay.
Sono ormai lontani i tempi in cui il Presidente turco si esprimeva come un difensore dei diritti di genere con queste parole: “Anche gli omosessuali devono essere legalmente protetti nel quadro dei loro diritti e delle loro libertà”.
Ma vediamo chi è il ballerino Arif Saçlı, il cui nome d’arte è Zenne Arıf, vittima illustre di questa nuova furia repressiva contro ogni espressione di genere. È il più famoso artista “zenne” della Turchia. I suoi video di danza espliciti sono condivisi sui social media da milioni di utenti. Arif si distacca dall’immaginario convenzionale dello “zenne”, cioè quello con trucco da donna e movenze effeminate, lui ama esibirsi senza trucco col suo fisico atletico e muscoloso e con costumi sontuosi, scintillanti e vistosi copricapi. Si ispirava alle grandi ballerine di danza orientale quali Nesrin Topkapı e Didem.
Ora è diventato il volto della nuova repressione, ma è semplicemente un uomo che aveva scelto di vivere danzando. Un artista molto apprezzato capace di fondere la danza tradizione orientale con quella moderna.
Si esibiva nei matrimoni, nelle feste di addio al celibato e in quelle di divorzio, in locali private e soprattutto nelle matinée riservate alle donne. Sui social mostrava il dietro le quinte, i costumi e le coreografie, raggiungendo oltre un milione di follower.
Per Arif la danza non ha genere. “È una forma di libertà e un modo per conquistarsi un posto nel mondo”, ha recentemente dichiarato in una sua intervista. “Se fossi rinato, avrei scelto nuovamente questa professione”, ha aggiunto.
Da bambino sognava di cantare, ma scoprendo di non avere una voce adatta si è orientato verso la danza. Agli esordi si vergognava della sua professione; d’inverno lavorava nel commercio al dettaglio e d’estate danzava sui battelli a Çeşme. La svolta avvenne l’8 marzo del 2018, il Giorno della Festa della Donna, quando, spinto da suo fratello, iniziò a monetizzare le sue esibizioni e a condividere il suo talento sui social.
“Non bevo alcolici e non fumo, per rispetto del mio lavoro, per preservare le energie e per evitare equivoci o reazioni inappropriate con i clienti durante le danze sessualmente più esplicite.
Non posso rovinarmi la vita dietro una scrivania con un salario minimo solo perché la famiglia desidera così; continuerò a vivere come sono: felice”, sono tra le ultime dichiarazioni di Arif prima del suo arresto.