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Il memorabile discorso del segretario generale al Consiglio di Sicurezza sul Medio Oriente

Kofi Annan – 12 dicembre 2006

Setteottobre

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Il memorabile discorso del segretario generale al Consiglio di Sicurezza sul Medio Oriente

Il 12 dicembre 2006 Kofi Annan si presenta davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per uno degli ultimi interventi del suo mandato. Dopo dieci anni alla guida dell’ONU, lascerà l’incarico alla fine del mese a Ban Ki-moon. Il Medio Oriente che ha davanti è molto diverso da quello che, nel 1997, aveva accompagnato l’inizio della sua esperienza da segretario generale. Le speranze suscitate dagli accordi di Oslo si sono quasi dissolte. La seconda Intifada ha lasciato dietro di sé migliaia di morti, il processo di pace è paralizzato e la fiducia tra israeliani e palestinesi è ai minimi termini.

A Gaza, Israele ha ritirato nell’estate del 2005 soldati e insediamenti, ma la vittoria elettorale di Hamas del gennaio 2006 e la formazione di un governo guidato dal movimento islamista hanno aperto una nuova crisi. Il soldato israeliano Gilad Shalit è prigioniero a Gaza dal giugno precedente, mentre continuano i lanci di razzi contro il territorio israeliano. In Cisgiordania proseguono la costruzione della barriera di separazione e l’espansione degli insediamenti.

Pochi mesi prima, nell’estate del 2006, Israele e Hezbollah hanno combattuto una guerra di 34 giorni in Libano. Sullo sfondo pesano inoltre la guerra in Iraq, le ambizioni nucleari iraniane e il ruolo della Siria. È dunque un Medio Oriente attraversato da conflitti diversi e sempre più intrecciati quello al quale Annan dedica il suo discorso.

Il suo intervento ha anche il carattere di un bilancio. Annan difende esplicitamente il diritto di Israele a esistere in sicurezza, denuncia senza ambiguità il terrorismo e richiama le ragioni storiche che rendono gli ebrei particolarmente sensibili alle minacce contro l’esistenza dello Stato ebraico. Allo stesso tempo critica l’occupazione e gli insediamenti e ribadisce il diritto palestinese all’autodeterminazione. Particolarmente significativa, per un segretario generale dell’ONU, è la critica rivolta agli stessi organismi delle Nazioni Unite quando, concentrandosi ossessivamente su Israele e applicando due pesi e due misure, finiscono secondo Annan per compromettere la propria credibilità e la possibilità di svolgere un ruolo efficace nella ricerca della pace.


Grazie molte, signor presidente,

Eccellenze,

Signore e signori,

vorrei cominciare ringraziandovi per avermi dato l’opportunità di presentare il mio rapporto sul Medio Oriente, e siamo lieti di vederla qui, signor vice primo ministro e ministro degli Esteri [sceicco Hamad bin Jassem bin Jabr Al-Thani].

Come ho detto all’Assemblea generale a settembre, il conflitto israelo-palestinese non è semplicemente uno dei tanti conflitti regionali. Nessun altro conflitto possiede una carica simbolica ed emotiva altrettanto potente, persino per persone che vivono molto lontano.

Eppure, sebbene nel corso degli anni la ricerca della pace abbia registrato alcuni importanti risultati, una soluzione definitiva ha resistito ai migliori sforzi di diverse generazioni di leader mondiali. Anch’io lascerò il mio incarico senza aver visto la fine di questa lunga agonia.
Il Medio Oriente si trova oggi di fronte a prospettive fosche. La regione attraversa una crisi profonda. La situazione è più complessa, più fragile e più pericolosa di quanto sia stata da moltissimo tempo.

È con questo pensiero che ho preso l’iniziativa di preparare il rapporto che avete ora tra le mani. Il mio obiettivo è aiutarci a uscire dall’attuale pantano e a tornare a un processo di pace praticabile, capace di rispondere all’aspirazione alla pace della regione.
Signor presidente,

la sfiducia tra israeliani e palestinesi ha raggiunto livelli mai toccati prima.

La Striscia di Gaza è diventata un calderone di povertà e frustrazione sempre più profonde, malgrado il ritiro delle truppe e degli insediamenti israeliani dello scorso anno. Anche in Cisgiordania la situazione è drammatica. Proseguono le attività di insediamento e la costruzione della Barriera. Gli ostacoli israeliani impediscono la libertà di movimento dei palestinesi in tutta l’area. L’Autorità palestinese, paralizzata da una debilitante crisi politica e finanziaria, non è più in grado di garantire la sicurezza o i servizi essenziali.

Gli israeliani, dal canto loro, continuano a vivere nella paura del terrorismo. Sono costernati dall’insufficienza degli sforzi palestinesi per fermare gli attacchi con razzi contro il sud di Israele. E sono allarmati da un governo guidato da Hamas che, nella migliore delle ipotesi, mantiene un atteggiamento ambiguo riguardo a una soluzione a due Stati e, nella peggiore, rifiuta di rinunciare alla violenza e respinge i principi fondamentali dell’approccio al conflitto costantemente sostenuto dalla maggioranza dei palestinesi e sancito dagli accordi di Oslo.

In Libano, la trasformazione politica del paese è incompleta e i suoi leader devono affrontare una campagna di intimidazione e destabilizzazione. Come hanno dimostrato i combattimenti della scorsa estate tra Israele e Hezbollah, il Libano rimane ostaggio della propria difficile storia e prigioniero di forze, interne ed esterne ai suoi confini, che intendono sfruttarne la vulnerabilità.

Se volgiamo lo sguardo ad altre parti della regione, vediamo le alture siriane del Golan ancora sotto controllo israeliano e le preoccupazioni suscitate dai rapporti della Siria con gruppi militanti al di là dei suoi confini. L’Iraq è impantanato in una violenza incessante. Le attività nucleari dell’Iran e le sue possibili ambizioni sono emerse come fonte di profonda preoccupazione per molti, sia nella regione sia al di fuori di essa. E tutto questo alimenta, ed è a sua volta alimentato da, un allarmante aumento dell’estremismo.

Ognuno di questi conflitti possiede dinamiche e cause proprie. Ognuno richiederà una soluzione specifica e un proprio processo capace di produrre una soluzione duratura. E in ciascun caso sono le parti coinvolte ad avere la responsabilità primaria della pace. Nessuno può fare la pace al posto loro. Nessuna pace può essere imposta loro, e nessuno dovrebbe desiderare la pace più di quanto la desiderino loro stessi.
Allo stesso tempo, la comunità internazionale non può sottrarsi alla propria responsabilità di esercitare la sua influenza. I diversi conflitti e le diverse crisi della regione sono diventati sempre più intrecciati. Sebbene profondamente separati e distinti, i vari scenari si influenzano e si plasmano reciprocamente, rendendo più difficili la risoluzione dei conflitti e la gestione delle crisi. La comunità internazionale deve sviluppare una nuova comprensione dell’incertezza che avvolge il Medio Oriente e assumersi quindi pienamente la responsabilità di contribuire a risolverla e di stabilizzare la regione.

Vorrei quindi proporre alcune riflessioni su ciò che le parti stesse, e gli attori esterni – dal Quartetto a questo Consiglio e agli altri organismi delle Nazioni Unite – potrebbero fare diversamente nella ricerca della pace, in particolare della pace tra israeliani e palestinesi che, pur non essendo una panacea, contribuirebbe in misura considerevole ad allentare le tensioni in tutta la regione.

Signor presidente,

uno degli aspetti più frustranti del conflitto israelo-palestinese è l’apparente incapacità di molte persone, da entrambe le parti, di comprendere la posizione dell’altra, e la riluttanza di alcuni persino a tentare di farlo. Da autentico amico e sostenitore di entrambe le parti, vorrei rivolgere a ciascuna un messaggio franco.

È assolutamente giusto e comprensibile che Israele e i suoi sostenitori cerchino di garantirne la sicurezza persuadendo i palestinesi, e più in generale arabi e musulmani, a modificare il loro atteggiamento e il loro comportamento nei confronti di Israele. Ma difficilmente potranno riuscirci se essi stessi non comprenderanno e riconosceranno la fondamentale rivendicazione palestinese: vale a dire che la nascita dello Stato di Israele comportò l’espropriazione e lo sradicamento di centinaia di migliaia di famiglie palestinesi, trasformandole in profughi, e fu seguita, 19 anni dopo, da un’occupazione militare che portò altre centinaia di migliaia di palestinesi sotto il dominio israeliano.

Israele è giustamente orgoglioso della propria democrazia e dei propri sforzi per costruire una società fondata sul rispetto dello Stato di diritto. Ma la democrazia israeliana può prosperare soltanto se avrà fine l’occupazione di un altro popolo. L’ex primo ministro Ariel Sharon lo riconobbe. Israele ha attraversato un importante cambiamento culturale dai tempi di Oslo: tutti i principali partiti politici israeliani riconoscono ormai che Israele deve porre fine all’occupazione, per il proprio bene e per la propria sicurezza.

Eppure migliaia di israeliani vivono ancora nei territori occupati nel 1967, e ogni mese se ne aggiungono più di mille. Mentre osservano questa attività, i palestinesi vedono anche una Barriera costruita attraverso la loro terra in violazione del parere consultivo della Corte internazionale di giustizia, oltre a più di 500 posti di blocco che controllano i loro movimenti e alla massiccia presenza delle Forze di difesa israeliane. La loro disperazione per l’occupazione non fa che aumentare, così come la loro determinazione a resistervi. Di conseguenza, alcuni tendono a riporre gran parte della propria fiducia in coloro che perseguono la lotta armata anziché in un processo di pace che non sembra produrre l’obiettivo tanto desiderato di uno Stato indipendente.


Concordo con Israele e con i suoi sostenitori sul fatto che esista una differenza – morale oltre che giuridica – tra i terroristi, che prendono deliberatamente di mira i civili, e i soldati regolari che, nel corso delle operazioni militari, uccidono o feriscono involontariamente dei civili malgrado gli sforzi compiuti per evitare simili vittime. Ma quanto più aumenta il numero dei civili uccisi e feriti durante queste operazioni, e quanto più superficiali sono le precauzioni adottate per evitare simili perdite, tanto più questa differenza si attenua. L’impiego della forza militare in aree civili densamente popolate è uno strumento brutale che produce soltanto altra morte, distruzione, recriminazioni e vendetta. E, come abbiamo visto, serve ben poco a raggiungere l’obiettivo desiderato di fermare gli attacchi terroristici. Gli israeliani possono rispondere che stanno semplicemente proteggendosi dal terrorismo, cosa che hanno pienamente diritto di fare. Ma questo argomento avrà meno forza finché l’occupazione in Cisgiordania diventerà sempre più gravosa e continuerà l’espansione degli insediamenti. Israele incontrerebbe maggiore comprensione se le sue azioni fossero chiaramente concepite per contribuire a porre fine a un’occupazione anziché a consolidarla.

Dovremmo lavorare tutti insieme a Israele per superare l’infelice status quo e arrivare, attraverso il negoziato, alla fine dell’occupazione sulla base del principio «terra in cambio di pace».

Signor presidente,

è assolutamente giusto e comprensibile sostenere il popolo palestinese, che ha sofferto così tanto. Ma i palestinesi e i loro sostenitori non potranno mai essere veramente efficaci se si concentreranno esclusivamente sulle trasgressioni di Israele, senza riconoscere alcuna fondatezza o legittimità alle preoccupazioni dello stesso Israele e senza essere disposti ad ammettere che gli avversari di Israele hanno a loro volta commesso crimini spaventosi e imperdonabili. Nessuna resistenza all’occupazione può giustificare il terrorismo. Dovremmo essere tutti uniti nel respingere inequivocabilmente il terrorismo come strumento politico.

Ritengo inoltre che le azioni di alcuni organismi delle Nazioni Unite possano essere esse stesse controproducenti. Il Consiglio per i diritti umani, per esempio, ha già tenuto tre sessioni speciali dedicate al conflitto arabo-israeliano. Mi auguro che il Consiglio abbia cura di affrontare la questione in maniera imparziale e che non permetta che essa monopolizzi l’attenzione a scapito di altre situazioni nelle quali si verificano violazioni altrettanto gravi, o persino peggiori.

Allo stesso modo, coloro che lamentano che il Consiglio di Sicurezza sia colpevole di usare «due pesi e due misure» – imponendo sanzioni ai governi arabi e musulmani ma non a Israele – dovrebbero fare attenzione a non applicare essi stessi due pesi e due misure nella direzione opposta, pretendendo da Israele standard di comportamento che non sono disposti ad applicare agli altri Stati, agli avversari di Israele o, del resto, a se stessi.

Alcuni possono provare soddisfazione nell’approvare ripetutamente risoluzioni dell’Assemblea generale o nel tenere conferenze che condannano il comportamento di Israele. Ma bisognerebbe anche chiedersi se simili iniziative rechino ai palestinesi qualche sollievo o beneficio concreto. Sono decenni che vengono approvate risoluzioni. Sono proliferati comitati speciali, sessioni e divisioni e unità del Segretariato. Tutto questo ha avuto qualche effetto sulle politiche israeliane, oltre a rafforzare in Israele, e tra molti dei suoi sostenitori, la convinzione che questa grande Organizzazione sia troppo schierata da una parte per poterle consentire di svolgere un ruolo significativo nel processo di pace in Medio Oriente?

Peggio ancora, parte della retorica utilizzata a proposito della questione implica il rifiuto di riconoscere la legittimità stessa dell’esistenza di Israele, per non parlare della fondatezza delle sue preoccupazioni in materia di sicurezza. Non dobbiamo mai dimenticare che gli ebrei hanno ottime ragioni storiche per prendere sul serio qualsiasi minaccia all’esistenza di Israele. Ciò che i nazisti fecero agli ebrei e ad altri rimane una tragedia innegabile, unica nella storia dell’umanità. Oggi gli israeliani si trovano spesso di fronte a parole e azioni che sembrano confermare il loro timore che l’obiettivo dei loro avversari sia cancellare la loro esistenza come Stato e come popolo.

Pertanto, coloro che vogliono essere ascoltati sulla Palestina non dovrebbero negare o minimizzare quella storia, né il legame che molti ebrei sentono con la loro patria storica. Dovrebbero invece riconoscere le preoccupazioni di Israele per la propria sicurezza e chiarire che le loro critiche affondano le radici non nell’odio o nell’intolleranza, bensì nel desiderio di giustizia, autodeterminazione e coesistenza pacifica.

Signor presidente,

forse la più grande ironia di questa triste vicenda è che non esiste alcun serio dubbio sulle linee generali di una soluzione definitiva. Le parti stesse, in diversi momenti e attraverso diversi canali diplomatici, sono arrivate vicine a colmare quasi tutte le distanze che le separano. Vi sono tutte le ragioni perché le parti ci provino di nuovo, con un aiuto determinato, coordinato e fondato su principi da parte della comunità internazionale. Abbiamo bisogno di un nuovo e urgente impulso verso la pace.

La strada sarà lunga e lungo il cammino sarà necessario ricostruire molta fiducia. Ma ricordiamo dove questo sforzo deve condurci. Due Stati, Israele e Palestina, entro confini sicuri, riconosciuti e negoziati, basati su quelli del 4 giugno 1967. Una pace più ampia che comprenda gli altri vicini di Israele, vale a dire Libano e Siria. Normali relazioni diplomatiche ed economiche. Accordi che consentano sia a Israele sia alla Palestina di stabilire a Gerusalemme le rispettive capitali riconosciute a livello internazionale e garantiscano alle persone di tutte le fedi l’accesso ai propri luoghi santi. Una soluzione che rispetti i diritti dei profughi palestinesi e sia coerente con la soluzione a due Stati e con il carattere degli Stati della regione.

Raggiungere questa meta non è impossibile come alcuni potrebbero immaginare. La maggior parte degli israeliani crede sinceramente nella pace con i palestinesi – forse non esattamente come la immaginano i palestinesi, ma si tratta comunque di una convinzione autentica. La maggior parte dei palestinesi non cerca la distruzione di Israele, desidera soltanto la fine dell’occupazione e un proprio Stato – forse su un territorio leggermente più ampio di quello che gli israeliani vorrebbero concedere, ma pur sempre su un territorio delimitato.

La nostra sfida consiste nel convincere la popolazione di ciascuna parte che queste maggioranze esistono anche dall’altra parte, mostrando al tempo stesso che coloro che cercano di sabotare il processo e quanti rifiutano ogni compromesso costituiscono una netta minoranza.
Credo che le aspirazioni fondamentali dei due popoli possano essere conciliate. Credo nel diritto di Israele a esistere, e a esistere in condizioni di piena e permanente sicurezza: libero dal terrorismo, libero dagli attacchi, libero persino dalla minaccia di attacchi. Credo nel diritto dei palestinesi a esercitare la propria autodeterminazione. Sono stati terribilmente maltrattati e sfruttati, da Israele, dal mondo arabo, talvolta dai loro stessi leader e forse persino, in alcuni momenti, dalla comunità internazionale. Meritano di vedere realizzata la loro semplice aspirazione a vivere in libertà e dignità.

La Roadmap, approvata da questo Consiglio con la risoluzione 1515, resta il punto di riferimento attorno al quale dovrebbe concentrarsi ogni sforzo volto a ridare slancio all’iniziativa politica. Il suo promotore, il Quartetto, conserva la propria validità grazie alla sua particolare combinazione di legittimità, forza politica e peso finanziario ed economico. Ma il Quartetto deve fare di più per ristabilire la fiducia, non soltanto nella propria serietà ed efficacia, ma anche nella concreta praticabilità della Roadmap, e per creare le condizioni necessarie alla ripresa di un processo di pace sostenibile. Deve trovare il modo di istituzionalizzare le proprie consultazioni con i partner regionali interessati. Deve coinvolgere direttamente le parti nelle proprie deliberazioni. È giunto il momento che il Quartetto definisca con maggiore chiarezza, fin dall’inizio, i parametri di un accordo definitivo. E dovrà essere aperto a nuove idee e iniziative.

Signor presidente,

le tensioni nella regione sono vicine al punto di rottura. Non ho bisogno di dirglielo, signor presidente. L’estremismo e il populismo stanno lasciando sempre meno spazio politico ai moderati, compresi quegli Stati che hanno concluso accordi di pace con Israele. Sviluppi positivi verso la democrazia, come le elezioni, hanno contemporaneamente creato un dilemma, portando al potere partiti, individui e movimenti che si oppongono ai fondamenti degli attuali approcci al processo di pace. L’opportunità di negoziare una soluzione a due Stati non durerà per sempre. Se non riusciremo a coglierla, le persone che subiscono più direttamente il peso di questa tragedia saranno condannate a nuove profondità di sofferenza e dolore. Gli altri conflitti e problemi diventeranno ancora più difficili da risolvere. E gli estremisti di tutto il mondo ne trarrebbero nuovo impulso per le loro attività di reclutamento.

Il periodo che ci attende potrebbe rivelarsi cruciale. Ogni giorno porta nuove sconfitte nella lotta per la pace e nuove ragioni per arrendersi. Ma non dobbiamo cedere alla frustrazione. I principi sui quali deve fondarsi la pace sono noti a tutti noi. Persino i contorni concreti che una soluzione assumerebbe sul terreno sono già stati ampiamente delineati. Credo che possiamo spezzare l’attuale situazione di stallo e compiere nuovi passi avanti verso la pace.

Le Nazioni Unite e il Medio Oriente sono strettamente intrecciati. Nessun’altra regione ha plasmato questa Organizzazione allo stesso modo. La situazione, le persone, la sete di pace: tutto questo mi sta molto a cuore. So che sta molto a cuore anche a voi. È urgente che a questa preoccupazione facciamo corrispondere un’azione concertata.

Grazie molte.