Ogni tanto – come si dice nel Vangelo – chi s’impegna sulle questioni politiche, soprattutto quelle su scala internazionale, prova la sensazione che non sarà mai “propheta in patria sua”.
Come ho scritto in queste ultime settimane, l’urgenza di alcune scelte da parte dell’Europa sullo scenario mediorientale mi sembrava evidente.
Israele e Stati Uniti avevano fatto un buon lavoro militare per destrutturare gli armamenti dell’Iran e dei suoi proxy (Hezbollah, Hamas, gruppi terroristici in Cisgiordania, milizie filo-Teheran in Iraq e Houthi). Però il regime jihadista a Teheran aveva ancora i mezzi – anche perché Russia e Cina lo riforniscono adeguatamente – per ricattare l’economia globale più che per attaccare le forze militari avversarie.
A questo punto l’impegno bellico da solo non poteva risolvere il problema (tanto più che gli americani non erano politicamente in grado di mettere i “boots on the ground”) e occorreva un’iniziativa politica, complicata per Israele, impegnato su tanti fronti, particolarmente difficile per un’amministrazione Trump che preferisce l’unilateralismo propagandistico all’azione strategica, impossibile per un’Onu paralizzata dall’impegno su fronti opposti degli Stati dotati di potere di veto.
L’unica via mi sembrava dunque quella di un impegno dell’Europa (dell’Ue e della Gran Bretagna) verso gli Stati del Golfo per costituire un blocco politico ed economico che scoraggiasse Russia e Cina e così isolasse l’Iran (e magari contenesse i pasticci di Recep Tayyip Erdoğan).
La minaccia degli Houthi di bloccare il Mar Rosso e dunque il vitale Canale di Suez mi pare che abbia risvegliato anche il nostro lento Vecchio Continente. Prima Guido Crosetto, poi Kaja Kallas hanno chiesto un intervento dell’operazione navale Aspides; quindi Londra ha inviato truppe in Arabia Saudita, seguita dalla Francia.
Oltre alle fondamentali mosse militari, il 24 settembre si è avviata anche una riflessione strategica a New York a cura dell’Europe Gulf Forum (alla sua terza iniziativa), promosso dall’Atlantic Council, presieduto da Frederick Kempe, e dall’Antenna Group di Theodore Kyriakou, presidente del gruppo ed editore di Repubblica, peraltro l’unica testata italiana a dare rilievo a questo convegno. Vi hanno partecipato Tony Blair, Roberta Metsola, il ministro degli Esteri saudita al-Jubeir, il premier e ministro degli Esteri del Qatar Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, Alexander Stubb, Antonio Tajani e, in collegamento video, Giorgia Meloni e Kyriakos Mitsotakis.
Le precedenti riflessioni dell’EGF sui rapporti tra Paesi del Golfo e Paesi europei, finora concentrate soprattutto sulle questioni energetiche, si sono dunque allargate alle questioni politiche e militari necessarie per garantire la sicurezza di un’area strategica per il mondo.
Ora è fondamentale che lo spirito del convegno del 24 settembre si consolidi e che le forze politiche europee responsabili lavorino per tradurne gli obiettivi in iniziative concrete.