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RICORDANDO CON RABBIA. Sartre, il Gulag e il silenzio dei giusti

L’intellettuale e il totalitarismo: quando la rivoluzione venne prima delle vittime

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 3 min
Jean-Paul Sartre
Jean-Paul Sartre

Jean-Paul Sartre sapeva. Sapeva che nell’Unione Sovietica di Stalin esistevano campi di lavoro forzato, che milioni di esseri umani erano stati deportati, imprigionati, annientati in nome della rivoluzione proletaria. Sapeva che dietro la promessa del paradiso socialista si nascondeva un gigantesco apparato repressivo. Eppure, quando si trattò di scegliere tra la denuncia dei crimini e la fedeltà alla causa comunista, il grande filosofo della libertà preferì troppo spesso la seconda.

Il suo fu un silenzio particolare. Sartre non negò sempre l’esistenza del Gulag. Fece qualcosa di intellettualmente più insidioso: ne riconobbe l’orrore, salvo poi subordinare la denuncia alle esigenze della battaglia politica. Nel gennaio 1950, sulle pagine di Les Temps modernes, la rivista da lui fondata, si riconoscevano le degenerazioni del comunismo sovietico, precisando però che questo non autorizzava a schierarsi con i suoi nemici. I prigionieri dei campi potevano attendere. La rivoluzione aveva le sue priorità.

Nel 1951 Albert Camus pubblicò L’uomo in rivolta, un libro che denunciava la trasformazione degli ideali rivoluzionari in strumenti di oppressione. Per Camus nessuna idea, per quanto nobile, poteva giustificare l’assassinio e la schiavitù. Era una posizione moralmente limpida, e proprio per questo insopportabile per chi continuava a cercare attenuanti allo stalinismo.

Nel 1952 Les Temps modernes pubblicò una recensione durissima del libro, firmata da Francis Jeanson. Camus protestò. Sartre rispose con una lettera sprezzante, accusandolo sostanzialmente di essersi accomodato nella rispettabilità borghese. L’amicizia tra i due, durata quasi dieci anni, finì lì. Il filosofo che aveva fatto della libertà individuale il centro del proprio pensiero non tollerava che un amico gli ricordasse le responsabilità morali della sua parte politica.

Nel luglio dello stesso anno Sartre cominciò a pubblicare I comunisti e la pace, un lungo saggio di sostegno al Partito comunista francese. La sua vicinanza all’ortodossia sovietica provocò anche la rottura con Maurice Merleau-Ponty. Soltanto nel 1956, dopo la repressione sovietica della rivolta ungherese, Sartre prese nettamente le distanze da Mosca. Troppo tardi per cancellare gli anni delle indulgenze.

E la storia continuò. Il 4 dicembre 1974 Sartre si recò nel carcere di Stammheim per incontrare Andreas Baader, uno dei fondatori della Rote Armee Fraktion, la RAF, organizzazione terroristica responsabile di attentati e omicidi nella Germania occidentale. Denunciò pubblicamente le condizioni di detenzione di Baader, pur prendendo le distanze dai metodi della RAF. Ancora una volta, tuttavia, la solidarietà politica lo aveva portato a offrire la propria immensa autorevolezza a una causa legata alla violenza che si voleva rivoluzionaria e che non era altro che infame macelleria.

Sartre resta uno dei maggiori intellettuali del Novecento. Nessuno può cancellare La nausea, L’essere e il nulla, la sua influenza sulla filosofia e sulla letteratura, ma proprio la sua grandezza rende più grave la responsabilità delle sue scelte. Perché il problema è tutto qui: che cosa vale la libertà quando viene difesa soltanto per alcuni? Che cosa resta dell’impegno intellettuale quando le vittime diventano imbarazzanti perché i loro carnefici appartengono alla parte che abbiamo scelto?

Camus comprese che la giustizia comincia dal rifiuto di trovare giustificazioni all’omicidio. Sartre impiegò molto più tempo a fare i conti con quella verità. E il Gulag, intanto, continuava a inghiottire esseri umani.