C’è una pulizia etnica che l’Occidente ha deciso di dimenticare con indifferente ostinazione e che riguarda quasi un milione di ebrei, costretti nel torno di pochi decenni ad abbandonare le proprie case, i propri beni, le proprie città. Erano gli ebrei dell’Iraq, dell’Egitto, dello Yemen, della Libia, della Siria, del Marocco, della Tunisia, dell’Algeria. Comunità secolari, alcune delle quali esistevano da oltre duemila anni, ben prima, molto prima della nascita dell’islam e che oggi in quei Paesi sono scomparse.
Quando si parla dei profughi del Medio Oriente, non sembrano essere mai esistiti. Nessuna mobilitazione internazionale, nessuna università occupata, nessuna risoluzione delle Nazioni Unite che pure non si è risparmiata nel produrne contro Israele. Cancellati due volte, prima dai Paesi nei quali vivevano, poi dalla memoria collettiva, dai libri di storia, dalle conversazioni commosse, dagli inni alla fratellanza, dalle benedizioni papali, dalle proteste comiziali. Niente, meno che niente.
Nel 1941, sette anni prima della nascita di Israele, a Baghdad si consumò il Farhud, un pogrom durante il quale furono assassinati, secondo il mediocre e inaffidabile bilancio ufficiale, almeno179 ebrei, mentre centinaia di donne subirono violenze e migliaia di abitazioni e negozi furono saccheggiati senza nemmeno l’ombra di un risarcimento. E grazie al cielo chi riuscì a scampare al massacro. La comunità ebraica irachena, una delle più antiche del mondo, contava allora circa 135.000 persone. Dieci anni dopo, oltre centomila ebrei iracheni sarebbero partiti per Israele attraverso un biblico salvataggio aereo. Avevano abitato la Mesopotamia dai tempi dell’esilio babilonese. Avevano costruito cultura, arricchito il commercio, nutrito la vita intellettuale e sociale. Eppure in una manciata di mesi furono costretti a lasciare quasi tutto. Lo Stato iracheno aveva consentito loro di partire a patto di rinunciare alla cittadinanza e, successivamente, ai propri beni. Una civiltà millenaria liquidata per decreto sotto gli occhi imbelli, impietosi e indifferenti dell’Occidente che ora, chissà per quale misteriosa nemesi, si trova ad affrontare un nemico feroce che il più delle volte non riesce nemmeno a riconoscere.
In Egitto, soprattutto dopo la crisi di Suez del 1956, migliaia di ebrei furono espulsi o costretti a partire. Proprietà sequestrate, attività confiscate, famiglie separate. Ad Alessandria e al Cairo esisteva una comunità cosmopolita, colta, profondamente radicata nella storia del Paese. In pochi anni dispersa.
In Libia, i pogrom del 1945 e del 1948 provocarono centinaia di morti e accelerarono l’esodo. Dopo la guerra dei Sei giorni del 1967, gli ultimi ebrei furono costretti a fuggire. Senza denaro, senza giustizia, spogliati di tutto ma non della propria identità, perché quella non è, né mai sarà, nelle mani dei carnefici. Nello Yemen, dove gli ebrei vivevano da molti secoli, quasi cinquantamila persone raggiunsero Israele tra il 1949 e il 1950 con l’operazione Tappeto magico. In Algeria, l’indipendenza del 1962 segnò la partenza della quasi totalità di una comunità di circa 130.000 ebrei, in gran parte diretti in Francia.
Le vicende furono diverse ma legate dallo stesso strazio fatto di espulsioni, persecuzioni, violenze, discriminazioni, ma anche partenze provocate dalla paura, dall’instabilità politica e dalla progressiva impossibilità di vivere da ebrei nei Paesi d’origine. Gli esperti ci dicono che ridurre tutto a un unico provvedimento di espulsione sarebbe storicamente inesatto, ma il risultato, tuttavia, non cambia. E fa impressione. Delle grandi comunità ebraiche del mondo arabo resta oggi poco più che il ricordo. Ricordo per i sopravvissuti, non certo per i colti occidentali che se ne strafottono e che piagnucolano su presunte ‘pulizie etniche’. La raffinata – e insieme volgare – ipocrisia delle élites euro-americane resterà nei manuali di storia.
Fra il 1948 e i decenni successivi, circa 850.000 ebrei lasciarono i Paesi arabi. Ripeto il numero, sia pur approssimativo per difetto: OTTOCENTOCINQUANTAMILA. Una parte raggiunse la Francia, una parte l’Italia, altra ancora le Americhe. E del resto dove andare? La maggioranza trovò rifugio in Israele, spesso in condizioni durissime, nelle tendopoli e nei campi di transito di uno Stato appena nato, poverissimo, impegnato a sopravvivere. Ed è qui che emerge una delle più clamorose asimmetrie della storia contemporanea.
I profughi palestinesi del 1948 sono diventati un tema permanente della diplomazia internazionale. I profughi ebrei dello stesso periodo sono completamente scomparsi dal discorso pubblico. I primi hanno avuto intitolata un’agenzia delle Nazioni Unite, l’UNRWA, e una questione irrisolta che attraversa le generazioni. I secondi sono stati in larga misura assorbiti da Israele e dagli altri Paesi di destinazione. La loro integrazione, anziché essere riconosciuta come un’impresa ammirevole, ha finito per renderne invisibile la tragedia.
C’è qualcosa di profondamente inquietante in questa selezione della memoria. Perché un profugo dovrebbe meritare attenzione soltanto se la sua condizione rimane irrisolta? Perché chi riesce a ricostruirsi una vita dovrebbe perdere il diritto al ricordo, alla giustizia, al riconoscimento dei beni confiscati? La storia degli ebrei espulsi dai Paesi arabi disturba soprattutto perché incrina una rappresentazione cialtronesca del conflitto mediorientale. Ricorda che gli ebrei erano una popolazione autoctona del Medio Oriente, che lo Stato degli ebrei ha accolto centinaia di migliaia di perseguitati e che la tragedia dei profughi del Novecento ha coinvolto popolazioni diverse.
Non si tratta di stabilire una graduatoria delle sofferenze perché la storia – e insieme l’etica – non consentono una squallida contabilità ragionieristica nella quale una disgrazia cancella l’altra. Si tratta di restituire esistenza a persone che sono state private perfino del diritto di essere ricordate. Quasi un milione di uomini, donne e bambini hanno perso una patria e molti ogni cosa. E il mondo, così generoso di indignazione quando si tratta di Israele, ha trovato per loro una soluzione molto semplice. Che si chiama silenzio.

