Parigi, 17 ottobre: ero a mangiare un boccone in un locale prospiciente Place de la République per assistere alla manifestazione indetta all’insegna della parola d’ordine ‘convergence des luttes’, con riferimento alle mobilitazioni dei liceali, dei gilets jaunes e contro il carovita. Il tempo di passare al caffè e la piazza è già ricolma: spiccano cartelli, qualche bandiera rossa, alcune dell’Algeria, molte palestinesi. Restituzione plastica dell’inquietante convergenza di una legittima mobilitazione con istanze che, magari mosse da pacifismo, finiscono di fatto per veicolare istanze islamiste, già responsabili degli attentati terroristici di Parigi, ricordati da un monumento che sorge proprio a pochi metri.
Il disagio si accentua nel veder passare un manifestante con la bandiera iraniana: proprio nella piazza che, ancora questa estate, si era riempita di gigantografie di alcune delle migliaia di massacrati dal regime islamista, in un presidio organizzato dalla comunità persiana. Questi pensieri vengono d’un tratto interrotti dagli applausi della folla, che si apre in due ali per far passare le delegazioni di alcuni licei: immagine concreta di una mobilitazione effettivamente legata alle condizioni di studio.
Tra la folla spiccano diversi gilets jaunes, dando un tocco popolare a una piazza altrimenti simile a uno dei tanti momenti in cui la Parigi di sinistra si autocelebra nella retorica antisistema. Poi, all’improvviso, qualcosa cambia: le kefiah portate al collo lasciano spazio a quelle che coprono il volto, alla maniera dei terroristi di Hamas: quasi a voler dire, meglio di qualsiasi slogan, ‘siamo quella gente lì’. Cerco di tenere a freno queste associazioni: si tratta pur sempre, mi dico, di una piazza repubblicana. Poi, sempre più volti mascherati, ora incappucciati di nero, riempiono il mio campo visivo: mi porto in un altro angolo, pensando di vedere una porzione non rappresentativa. Mi sbagliavo.
Figure vestite di nero si muovono agilmente nella piazza, salgono sui cornicioni dei palazzi che attorniano République, come corvi guardano in basso, a controllare il territorio che sarà, in qualche minuto, scena di guerriglia urbana e saccheggio. La polizia, che fino a poco prima gestiva il flusso dei manifestanti, è sparita.
Qualcuno inizia a prendere d’assalto il supermercato di fronte. Una parte di manifestanti, legata alla mobilitazione studentesca, scandisce: ‘Arrêtez ! Arrêtez !’. Ma loro continuano a manifestare e il corteo avanza.
Intanto i mascherati si assiepano attorno al supermercato: ‘Arrêtez !’ si fa flebile eco, oramai coperto da urla di incitamento, mani che si levano in estasi quando le pareti del supermercato crollano divelte. Improvvisamente vediamo stagliarsi una linea rossa di fuoco dalla piazza, poi del fumo. La situazione precipita e alcuni manifestanti cercano di entrare nel bar, alla ricerca di un riparo dal gas lacrimogeno. Una ragazza dice che la polizia aveva bloccato il deflusso, stringendo i manifestanti nello stesso perimetro dei casseurs. Attorno si levano barricate, con macchine e biciclette elettriche date alle fiamme. Magazzini, negozi e farmacie vengono presi d’assalto; la proprietaria della tabaccheria di fianco viene assalita a colpi di spranghe. Nel locale l’impressione è quella di uno stato d’assedio. Concitati, i camerieri sgomberano tavolini e sedie, aiutati da manifestanti finiti, loro malgrado, al centro degli scontri. Con uno di questi, N., decidiamo di uscire.
Ovunque vi sono frazioni di manifestanti mischiati a nugoli di incappucciati, impegnati negli scontri. Usciti dalla stazione della metropolitana Goncourt, la situazione, ancora negli strascichi della manifestazione, appare tranquilla. E così di nuovo, sparpagliati per i marciapiedi: manifestanti con kefiah, al collo o sul volto. Vediamo una colonna di fumo alzarsi, verso Canal St. Martin, verso cui ci dirigiamo per recuperare la bici di N. Mentre percorriamo la strada un signore, riconoscibile come ebreo dagli abiti tradizionali, cammina tenendo per mano un bambino: lo shabbat volge al termine, si staranno recando al tempio. Attraversano la folla senza essere disturbati, nessuno, al momento in cui passiamo, li apostrofa in alcun modo. La scena, quasi surreale, dona sollievo.
Verso Canal St. Martin ritorna, invece, il paesaggio da guerriglia: nugoli di incappucciati, barricate, auto in fiamme e negozi sventrati. Eccitato, un ragazzo dice all’altro: “stasera sarà la guerra”. Ci riportiamo verso una zona tranquilla. I primi commenti arrivano dai genitori di N., che telefonano da Bordeaux, dove la casa della prefetta è stata assaltata. “Sarà un’autostrada per la destra”, dice la madre. Mentre il padre, giornalista, chiede al figlio se fossero stati “gli algerini” a iniziare il saccheggio a cui avevamo assistito. Riguardiamo la fotografia scattata da N. durante l’assalto al supermercato: spiccava una bandiera algerina, mentre a Marsiglia, durante l’assalto al municipio, veniva brandita una bandiera palestinese. Insomma, la convergence des luttes.

