Emmanuel Macron ha definito l’attentato di Trappes, nella regione parigina, una svolta nella storia del terrorismo francese, sostenendo che sarebbe la prima volta che un’azione terroristica viene pianificata per uccidere cittadini in ragione del colore della pelle o della religione loro attribuita. Una dichiarazione che ha immediatamente suscitato indignazione, soprattutto nelle comunità ebraiche, perché sembra cancellare dalla memoria nazionale decenni di attentati antisemiti.
L’attacco, avvenuto secondo le prime informazioni il 24 ottobre, ha provocato un morto e cinque feriti. Gli investigatori stanno esaminando una possibile matrice antimusulmana. Il presidente della Repubblica ha voluto sottolineare la gravità dell’episodio e manifestare solidarietà alle vittime, scegliendo tuttavia parole che hanno aperto un caso politico.
La Francia conosce da molto tempo il terrorismo diretto contro cittadini identificati attraverso la loro appartenenza religiosa. Il 19 marzo 2012 Mohammed Merah assassinò a Tolosa, davanti alla scuola ebraica Ozar Hatorah, il rabbino Jonathan Sandler, i suoi figli Gabriel e Arié e la piccola Myriam Monsonego. Furono uccisi perché ebrei. Nel gennaio 2015, durante l’assalto al supermercato kosher Hypercacher di Parigi, Amedy Coulibaly assassinò quattro persone, ancora una volta scelte per la loro identità ebraica.
La memoria risale ancora più indietro, all’attentato contro la sinagoga di rue Copernic del 1980 e alla strage del ristorante ebraico di rue des Rosiers del 1982. Episodi che appartengono alla storia della Repubblica e che hanno segnato profondamente il rapporto tra gli ebrei francesi e la sicurezza del loro Paese.
La stessa violenza jihadista ha colpito anche i cristiani. Nel luglio 2016 padre Jacques Hamel venne assassinato mentre celebrava la messa nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray. Nell’ottobre 2020 tre persone furono uccise nella basilica di Notre-Dame a Nizza.
A richiamare Macron alla memoria di queste tragedie è stato Yonathan Arfi, presidente del Crif, il Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia. Arfi ha espresso piena solidarietà alle vittime di Trappes, ricordando però che l’unità nazionale richiede anche il riconoscimento di quanti hanno subito in passato la stessa violenza. Ha quindi evocato le vittime di Tolosa, dell’Hypercacher, di Saint-Étienne-du-Rouvray e di Nizza, accomunate dall’essere state prese di mira per le loro origini o per la loro religione.
La controversia investe una questione particolarmente delicata per la Francia, dove il ricordo degli attentati antisemiti costituisce una parte dolorosa della storia recente. Quando il capo dello Stato parla di una prima volta, il rischio è quello di trasmettere alle famiglie delle vittime e alle comunità colpite l’impressione che il loro dolore sia stato dimenticato.
Macron ha più volte partecipato alle commemorazioni delle vittime del terrorismo e ha denunciato pubblicamente l’antisemitismo. Proprio per questo le sue parole risultano difficili da comprendere. La condanna dell’odio antimusulmano e la solidarietà verso chi ne è vittima acquistano forza attraverso una memoria capace di riconoscere tutte le persecuzioni.
La precisazione è arrivata già nella serata del 23 ottobre. L’Eliseo ha spiegato che Macron intendeva riferirsi al primo attentato razzista fondato sul colore della pelle. Lo stesso presidente ha poi riconosciuto pubblicamente che in Francia cristiani ed ebrei erano già stati assassinati per la loro religione, aggiungendo che nessuna vittima deve essere dimenticata e nessun dolore può essere considerato meno importante di un altro.
Il chiarimento corregge l’errore iniziale, senza cancellare le ragioni della protesta. Per una comunità ebraica che continua a misurarsi con la minaccia dell’antisemitismo, sentir ricordare le proprie vittime soltanto dopo una sollevazione pubblica costituisce un segnale inquietante. E ricorda quanto sia fragile una memoria collettiva che dovrebbe rappresentare uno dei fondamenti della Repubblica.
Anche la chirurgia dei trapianti ha registrato risultati significativi. Nell’aprile scorso lo Schneider Children’s Medical Center di Petah Tikva ha eseguito quattro trapianti d’organo in una sola giornata, salvando la vita a quattro giovani pazienti. Un bambino di due anni ha ricevuto un rene, uno di tre anni un cuore, un paziente di nove anni un fegato e un diciottenne un altro rene.
L’intervento simultaneo di numerose équipe specializzate, dagli anestesisti ai chirurghi fino al personale infermieristico, ha richiesto un’organizzazione che soltanto poche strutture pediatriche al mondo sono in grado di garantire.
Il sesto posto dello Sheba rappresenta dunque un riconoscimento alla capacità di trasferire l’innovazione scientifica nella pratica ospedaliera quotidiana. Per Israele, che ha costruito una parte importante del proprio sviluppo economico sulla ricerca e sulle tecnologie avanzate, la medicina costituisce uno dei campi nei quali la collaborazione internazionale continua a produrre risultati di particolare rilievo.
La sfida dei prossimi anni sarà rendere queste innovazioni accessibili a un numero crescente di pazienti, trasformando i progressi dell’intelligenza artificiale e della medicina personalizzata in strumenti concreti per migliorare la qualità delle cure.

