Oltre un miliardo di dollari di risarcimento per aver consentito ai terroristi di Hamas di trasmettere in diretta sui social network gli omicidi e i rapimenti del 7 ottobre 2023. È la richiesta avanzata contro Meta, proprietaria di Facebook, Instagram e WhatsApp, da un gruppo di familiari delle vittime del massacro. Il tribunale distrettuale di Tel Aviv ha tenuto un’udienza preliminare della causa collettiva, proponendo alle parti di avviare una procedura di mediazione.
Al centro del procedimento c’è una delle caratteristiche più sconvolgenti dell’attacco terroristico contro Israele. Durante l’assalto ai kibbutz e alle comunità del sud, alcuni miliziani di Hamas si impossessarono dei telefoni delle vittime, utilizzandoli per trasmettere gli omicidi direttamente sui loro profili Facebook. Familiari e amici assistettero così, spesso senza comprendere immediatamente che cosa stesse accadendo, agli ultimi istanti di vita dei propri cari.
Tra i ricorrenti figura Mor Bayder, nipote di Bracha Levinson, una donna di 74 anni assassinata nella propria abitazione nel kibbutz Nir Oz. La giovane ha raccontato a Channel 12 di aver visto in diretta su Facebook l’uccisione della nonna. Secondo quanto riferito dall’emittente israeliana, Meta impiegò diverse ore per bloccare il profilo della vittima e un’intera giornata per rimuovere completamente il filmato.
«È mia nonna, mia nonna che viene assassinata», ha dichiarato Bayder, spiegando che nessun risarcimento potrà restituirle la persona perduta. La sua richiesta è che l’azienda riconosca le proprie responsabilità e modifichi i sistemi di intervento per impedire che tragedie analoghe possano ripetersi.
Alla causa partecipano anche i familiari di Tsachi Idan, rapito dal kibbutz Nahal Oz e successivamente ucciso durante la prigionia a Gaza. Durante l’attacco, i terroristi avevano assassinato sua figlia Maayan, trasmettendo le immagini attraverso l’account Facebook della moglie.
Un’altra testimonianza riguarda Stav Arava, che assistette attraverso il profilo della madre Dikla all’assassinio della donna, del fratello Tomer e del compagno della madre, Noam Elyakim. Le due figlie più piccole di quest’ultimo, Dafna ed Ela, furono invece sequestrate e portate nella Striscia di Gaza.
La richiesta economica è articolata secondo il coinvolgimento delle persone esposte alle immagini. I ricorrenti chiedono 200 mila shekel, circa 64 mila dollari, per ciascun familiare o amico stretto che abbia assistito alla trasmissione dell’uccisione di una vittima, e 20 mila shekel per ogni utente israeliano esposto ai filmati sulle piattaforme del gruppo.
Gli avvocati sostengono che Facebook e Instagram abbiano svolto un ruolo determinante nella diffusione della propaganda terroristica, permettendo alle immagini di circolare per ore e raggiungere un pubblico vastissimo. Secondo Dana Shahar Yanai, che rappresenta gli utenti israeliani coinvolti nell’azione collettiva, Meta avrebbe inoltre beneficiato economicamente del traffico generato durante quella giornata.
L’azienda respinge l’idea di aver tollerato consapevolmente i contenuti terroristici. Meta afferma di rimuovere i materiali che celebrano Hamas o gli attacchi del 7 ottobre e sostiene di aver mobilitato immediatamente squadre specializzate, operative giorno e notte, per individuare ed eliminare i contenuti contrari alle proprie regole.
Il procedimento pone una questione destinata ad avere conseguenze anche fuori da Israele. Fino a che punto una piattaforma digitale può essere considerata responsabile quando i suoi strumenti vengono utilizzati per trasformare un assassinio in uno spettacolo pubblico?
Per i familiari delle vittime, il danno è proseguito anche dopo la fine degli attacchi. Ogni nuova diffusione delle immagini ha significato rivivere la morte dei propri cari, mentre i filmati continuavano a circolare in rete.
La causa, depositata nell’agosto 2025, dovrà stabilire se e in quale misura Meta possa essere chiamata a rispondere di questa ulteriore violenza. La proposta di mediazione apre ora una possibile strada verso un accordo, mentre resta irrisolta la questione fondamentale della responsabilità delle grandi piattaforme nella diffusione del terrorismo.

