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Albanese denunciata per diffamazione

L’attrice israeliana Sarai Givaty chiede 500 mila shekel di risarcimento alla relatrice ONU dopo essere stata accostata ai nazisti per alcune dichiarazioni sui bambini di Gaza

Rosa Davanzo

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Albanese denunciata per diffamazione
Iimmagine generata con AI

L’attrice e modella israeliana Sarai Givaty ha intentato una causa per diffamazione contro Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi, accusandola di aver deliberatamente travisato alcune sue dichiarazioni e di averle associate alle giustificazioni utilizzate dai nazisti per lo sterminio degli ebrei. La richiesta di risarcimento ammonta a 500 mila shekel, circa 135 mila euro, mentre la controversia, approdata davanti al tribunale di Gerusalemme, solleva interrogativi sulle responsabilità pubbliche di chi ricopre incarichi internazionali. All’origine della vicenda c’è un’intervista televisiva rilasciata da Givaty nel settembre 2025, durante la quale l’attrice aveva parlato delle conseguenze del massacro del 7 ottobre e della radicalizzazione delle nuove generazioni palestinesi. «Sono triste per ogni bambino al mondo che piange. Ma capisco anche che, se non interveniamo, quel bambino crescerà e diventerà un terrorista», aveva dichiarato. Secondo i legali dell’attrice, quelle parole esprimevano la preoccupazione per l’indottrinamento dei minori e la necessità di contrastare la diffusione dell’odio. La frase sarebbe stata successivamente estrapolata dal contesto attraverso un filmato di appena 23 secondi, accompagnato da una traduzione inglese giudicata incompleta e fuorviante. Il 19 settembre 2026 Albanese ha condiviso il video sulla piattaforma X, accostando le affermazioni dell’attrice agli argomenti avanzati da alcuni responsabili nazisti durante il processo di Norimberga per giustificare l’uccisione dei bambini ebrei. Un paragone particolarmente grave, che secondo Givaty avrebbe trasformato una riflessione sul pericolo dell’estremismo in un presunto sostegno all’eliminazione fisica dei minori palestinesi. La pubblicazione, stando alla denuncia, avrebbe superato i due milioni di visualizzazioni, provocando un’ondata di reazioni ostili nei confronti dell’attrice. Givaty sostiene di aver ricevuto decine di messaggi offensivi e minacce di morte, oltre ad aver subito un danno alla propria reputazione professionale, con possibili ripercussioni sui contratti e sulle opportunità di lavoro all’estero. L’azione giudiziaria è stata presentata con l’assistenza di Shurat HaDin, organizzazione israeliana specializzata in controversie legali legate al terrorismo e alla sicurezza nazionale, e dell’avvocata Nitsana Darshan-Leitner, che ne è la fondatrice. La denuncia sostiene che Albanese abbia attribuito all’attrice posizioni mai espresse, esponendola pubblicamente all’accusa di condividere principi riconducibili all’ideologia nazista. La vicenda assume un rilievo particolare per il ruolo istituzionale della destinataria della causa. Albanese, nominata nel 2022 relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, è da tempo al centro di polemiche per alcune sue dichiarazioni su Israele. Il suo incarico, esercitato come esperta indipendente nell’ambito delle procedure speciali del Consiglio per i diritti umani, conferisce alle sue prese di posizione una visibilità internazionale considerevole. Resta tuttavia da stabilire se il tribunale israeliano possa esercitare la propria giurisdizione sulla controversia e in quale misura Albanese possa invocare le immunità funzionali previste per gli esperti che svolgono missioni per le Nazioni Unite. Si tratta di questioni preliminari che potrebbero incidere sullo svolgimento stesso del procedimento. Al momento della diffusione della notizia, la relatrice ONU non aveva rilasciato dichiarazioni pubbliche sulla denuncia e nessun giudice si era ancora pronunciato sulla fondatezza delle accuse. La causa potrebbe dunque trasformarsi in un confronto giudiziario sui limiti della libertà di espressione, sulla tutela della reputazione individuale e sulle responsabilità connesse all’utilizzo dei social network da parte di figure investite di funzioni internazionali. Al centro rimane una questione precisa, che spetterà ai magistrati esaminare, ossia se il paragone con i responsabili della Shoah costituisca una critica legittima oppure un’attribuzione diffamatoria di opinioni mai sostenute.