Israele aveva preparato un nuovo attacco su vasta scala contro l’Iran, con bombardamenti destinati a colpire centrali elettriche, infrastrutture civili e installazioni nucleari. L’operazione, prevista per il fine settimana del 10 ottobre, sarebbe stata bloccata dal presidente americano Donald Trump, contrario a riaprire le ostilità prima delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, fissate per il 3 novembre. A rivelarlo è il Financial Times, che cita tre fonti informate sui preparativi militari e sui colloqui tra Washington e Gerusalemme. Secondo il quotidiano britannico, il primo ministro Benjamin Netanyahu avrebbe sostenuto la necessità di un intervento particolarmente incisivo, superiore per intensità ai bombardamenti condotti durante l’operazione «Ruggito del Leone». L’esercito israeliano aveva predisposto un nuovo elenco di obiettivi, comprendente anche strutture civili precedentemente risparmiate. Il piano prevedeva diversi giorni di combattimenti, con la possibilità di una risposta iraniana contro Israele e gli interessi americani nella regione. La decisione di Trump avrebbe interrotto i preparativi immediati, lasciando tuttavia aperta la possibilità di un successivo intervento. Una delle fonti interpellate dal Financial Times ha prospettato due possibili sviluppi, un accordo diplomatico oppure una nuova offensiva militare. Un’altra ha interpretato il piano israeliano come uno strumento per aumentare la pressione su Teheran, sebbene al momento manchi un vero negoziato. Nei giorni precedenti alla data prevista per l’attacco, Trump aveva pubblicato su Truth Social un messaggio nel quale annunciava contatti produttivi con la Repubblica islamica, ribadendo che il blocco navale sarebbe rimasto in vigore e che Washington avrebbe impedito all’Iran di dotarsi di armi nucleari. Il presidente aveva inoltre escluso esplicitamente operazioni militari americane prima del voto del 4 novembre, posizione successivamente confermata dalla viceportavoce della Casa Bianca, Anna Kelly. Le riserve americane riguarderebbero anche l’efficacia strategica dell’operazione. Secondo precedenti indiscrezioni del New York Times, il Pentagono aveva esaminato cinque piani per attacchi aerei contro l’Iran e gli Houthi nello Yemen. Alcuni prevedevano un’offensiva congiunta israelo-americana di tre giorni contro arsenali missilistici, droni, infrastrutture energetiche e centri di comando dei Guardiani della rivoluzione. All’inizio di ottobre, durante una riunione a Camp David presieduta dal vicepresidente JD Vance, diversi esponenti dell’amministrazione avrebbero espresso dubbi sulla possibilità che nuovi bombardamenti riuscissero a modificare le scelte del regime iraniano. Tra i rischi valutati figuravano rappresaglie contro gli impianti petroliferi del Golfo, attacchi contro Israele e Giordania e un ulteriore consumo delle scorte americane di intercettori e munizioni di precisione. La questione assume particolare rilevanza alla vigilia delle elezioni israeliane del 27 ottobre. L’esercito, rimasto in stato di elevata allerta, ha disposto restrizioni alle licenze del personale militare per garantire lo svolgimento regolare delle consultazioni. Il capo di Stato maggiore Eyal Zamir ha sottolineato che le Forze di difesa israeliane devono assicurare elezioni democratiche nella data stabilita e in condizioni di sicurezza.

