A Metula, la cittadina israeliana affacciata sul confine libanese, la riapertura della scuola elementare HaNadiv segna un passaggio importante nel difficile ritorno alla normalità dopo quasi tre anni di guerra e sfollamenti. Sono appena 42 gli alunni che hanno ripreso a frequentare l’istituto, rimasto chiuso durante il conflitto con Hezbollah. Per molti di loro significa ritrovare una quotidianità interrotta bruscamente nell’ottobre 2023, quando gli attacchi dal Libano costrinsero migliaia di residenti del nord di Israele ad abbandonare le proprie case.
L’edificio è stato ristrutturato, le aule rinnovate e l’organizzazione scolastica ripensata per rispondere alle esigenze di bambini che hanno trascorso una parte considerevole della propria infanzia lontano da casa. Gli studenti sono distribuiti in tre classi che riuniscono due annualità ciascuna, con 14 alunni tra prima e seconda, 12 tra terza e quarta e 16 tra quinta e sesta.
La dirigente scolastica Ida Singer conosce bene le conseguenze dello sradicamento. Residente nel kibbutz Maayan Baruch, anch’esso vicino al confine, è stata costretta a lasciare la propria abitazione durante la guerra. Ha inoltre prestato servizio come riservista nell’unità incaricata di comunicare alle famiglie la morte dei militari caduti.
Secondo Singer, la difficoltà principale riguarda le conseguenze psicologiche di un’esperienza che ha profondamente modificato la vita dei bambini. «La sfida più grande è restituire loro la sensazione di avere una casa, la sicurezza e la fiducia nel futuro», spiega. Le dimensioni ridotte della scuola permettono agli insegnanti di seguire individualmente gli alunni, riconoscendo difficoltà che spesso sfuggono alle normali valutazioni scolastiche.
Quanto la guerra abbia cambiato il loro modo di percepire la realtà è emerso durante una lezione dedicata a Una casa in affitto, il celebre racconto per bambini di Lea Goldberg. Alla domanda sul significato della parola «affittare», un alunno ha risposto ricordando il luogo in cui aveva vissuto durante il conflitto. Una compagna ha aggiunto che quella casa apparteneva a qualcun altro. Per bambini di sette o otto anni, il concetto di abitazione temporanea è diventato parte dell’esperienza personale.
Il programma educativo comprende, accanto alle materie tradizionali, attività pensate per favorire il recupero emotivo e sociale. Gli alunni praticano pallacanestro e breakdance e partecipano a incontri con cani appositamente impiegati nelle attività educative. Il contatto con gli animali aiuta soprattutto i bambini che faticano a esprimere verbalmente le proprie emozioni, mentre lo sport favorisce la collaborazione e la capacità di affrontare le difficoltà.
L’iniziativa rientra nel progetto di educazione integrale promosso dall’amministrazione locale, che considera il benessere psicologico una componente essenziale del percorso scolastico. I primi risultati, secondo la dirigente, sono incoraggianti. Gli alunni mostrano maggiore serenità e partecipano con entusiasmo alle attività. Emma Wolf, studentessa di sesta, racconta di essere felice di essere tornata a casa e di poter frequentare una scuola che offre opportunità sportive assenti nell’istituto precedente. Anche altri bambini sottolineano quanto le attività distribuite durante la giornata li aiutino a concentrarsi e a sentirsi più tranquilli.
La situazione resta tuttavia complessa. Dalla finestra dell’ufficio di Singer si distingue il castello di Beaufort, in territorio libanese, distante circa sei chilometri in linea d’aria. Talvolta si vedono colonne di fumo e si sentono esplosioni. «A volte si sente un rumore e i bambini non si spaventano più come prima. È diventato parte della loro realtà», osserva la dirigente. La scuola di Metula rappresenta così una delle sfide più delicate della ricostruzione del nord di Israele. Il ritorno delle famiglie richiede servizi funzionanti e condizioni di sicurezza durature, mentre per i più piccoli occorre recuperare anche quella continuità affettiva e sociale che gli anni di guerra hanno compromesso.
Il lavoro degli insegnanti proseguirà ben oltre la riapertura delle aule. Per una generazione cresciuta tra allarmi, evacuazioni e sistemazioni provvisorie, tornare a scuola significa soprattutto ricominciare a considerare la propria città un luogo in cui sia possibile immaginare il futuro.

