Il sionismo finisce sul banco degli imputati al congresso annuale dell’American Studies Association, in corso a Chicago, dove alcune sessioni sono dedicate alla sua interpretazione come forma di razzismo e alla cosiddetta «desionizzazione» dell’università americana. Una scelta che ha provocato le proteste dell’Anti-Defamation League (ADL) e dell’Academic Engagement Network (AEN), preoccupate per la crescente ostilità nei confronti degli studiosi ebrei e sionisti negli ambienti accademici statunitensi.
L’American Studies Association riunisce ricercatori e docenti impegnati nello studio della storia, della società e della cultura degli Stati Uniti. Il suo congresso rappresenta quindi un appuntamento significativo per una comunità scientifica che dovrebbe garantire il confronto tra interpretazioni differenti. La presenza di sessioni costruite attorno alla necessità di liberare l’università dal sionismo solleva una questione che riguarda direttamente la libertà accademica e il pluralismo delle idee.
Che cosa significa, concretamente, «desionizzare» un’università? Se il termine indica la critica delle politiche del governo israeliano, si tratta di un’attività pienamente legittima, come qualunque altra analisi politica. Se invece presuppone che l’adesione al sionismo, inteso come sostegno al diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione nazionale, costituisca di per sé una colpa ideologica, le conseguenze possono essere assai più gravi. Uno studioso potrebbe ritrovarsi giudicato per le proprie convinzioni prima ancora che per la qualità delle sue ricerche.
A rendere ancora più controverso il programma è la partecipazione di Mazin Qumsiyeh, autore e attivista palestinese che nel 2016 aveva espresso apprezzamento, insieme ad altri, per un responsabile di un attentato terroristico a Gerusalemme. La sua presenza è stata contestata dalle organizzazioni che hanno criticato il congresso, ritenendola particolarmente problematica in un contesto già segnato da forti tensioni.
L’American Studies Association ha del resto una storia di contrapposizione con Israele. Nel 2013 approvò una risoluzione favorevole al boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane, suscitando una lunga controversia nel mondo universitario americano. Il congresso di Chicago si inserisce dunque in un orientamento che precede di molti anni il 7 ottobre 2023, sebbene il massacro compiuto da Hamas e la successiva guerra a Gaza abbiano ulteriormente radicalizzato il dibattito nei campus.
Le denunce dell’ADL e dell’AEN riguardano per ora il rischio che questa impostazione produca discriminazioni ed esclusioni. Non risultano, sulla base delle informazioni disponibili, episodi specifici di espulsione di studiosi ebrei o sionisti dal congresso. La distinzione è importante, perché il problema sollevato dalle due organizzazioni riguarda anche il clima culturale che potrebbe rendere simili esclusioni progressivamente accettabili.
L’interrogativo, a questo punto, investe l’intero sistema universitario americano. Un’associazione scientifica può certamente ospitare le posizioni più radicali, comprese quelle che contestano l’esistenza stessa di Israele. La sua credibilità dipende però dalla disponibilità a riconoscere pari dignità accademica anche a chi sostiene opinioni opposte.
Quando un’identità politica diventa qualcosa da eliminare preventivamente dallo spazio universitario, il confine tra ricerca e militanza rischia di dissolversi. Ed è proprio su quel confine che si misura oggi la capacità delle università americane di difendere la libertà intellettuale che dichiarano di voler proteggere.

