«Se le prossime generazioni di Gaza avranno la possibilità di compiere un altro attacco, lo faranno». A lanciare l’allarme è un’insegnante palestinese che lavora da quindici anni nella Striscia e che, in un’intervista al New York Post, ha denunciato l’indottrinamento antisemita nelle scuole gestite dall’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi. La donna, che ha chiesto di mantenere l’anonimato per ragioni di sicurezza, sostiene che nelle aule venga alimentato un odio destinato a sopravvivere alla guerra e a preparare le condizioni per nuove violenze contro Israele.
La sua testimonianza descrive un sistema educativo nel quale, secondo quanto ha potuto osservare personalmente, alcuni insegnanti presentano Hamas come un’organizzazione impegnata a liberare i palestinesi dalle loro sofferenze, attribuendo agli ebrei la responsabilità delle condizioni in cui vive la popolazione di Gaza. L’esaltazione della violenza e dell’uccisione degli ebrei, racconta, sarebbe parte delle convinzioni trasmesse agli studenti.
Quando aveva deciso di lavorare in una scuola dell’UNRWA, la docente era convinta che la presenza delle Nazioni Unite avrebbe garantito ai bambini un’istruzione al riparo dall’influenza ideologica di Hamas. L’esperienza quotidiana l’avrebbe costretta a ricredersi. I suoi tentativi di contestare apertamente quelle pratiche avrebbero provocato l’ostilità dei colleghi, fino a trasformarsi in vere e proprie minacce.
In un episodio particolarmente grave, riferisce che un responsabile scolastico l’avrebbe affrontata brandendo un paio di forbici, minacciando di tagliarle la lingua se avesse continuato a discutere. Temendo per la propria incolumità e per quella dei familiari, la donna avrebbe scelto per lungo tempo il silenzio. La denuncia solleva interrogativi che riguardano il futuro della Striscia, soprattutto perché arriva da una persona che conosce dall’interno l’ambiente scolastico palestinese. Secondo la sua valutazione, almeno la metà degli insegnanti con cui entra in contatto considera la violenza contro gli ebrei uno strumento necessario per raggiungere gli obiettivi politici palestinesi. Si tratta di una stima personale, che richiede verifiche indipendenti e che da sola non permette di stabilire quanto queste convinzioni siano diffuse nell’intero sistema educativo.
Il punto più inquietante della testimonianza riguarda l’atteggiamento verso il massacro del 7 ottobre 2023. La docente sostiene che molti palestinesi condannino le devastazioni provocate dalla guerra successiva all’attacco di Hamas, senza per questo respingere l’attacco stesso. «Odiano le conseguenze del 7 ottobre. Odiano la guerra che il 7 ottobre ha portato su di loro. Ma non odiano il 7 ottobre in sé», afferma.
La guerra, aggiunge, avrebbe ulteriormente aggravato il problema. I bambini che hanno conosciuto bombardamenti, lutti e distruzioni sarebbero particolarmente vulnerabili a chi presenta la violenza come una risposta legittima alla loro sofferenza. In questo contesto, il ritorno nelle aule di insegnanti già portatori di convinzioni estremiste rischierebbe di consolidare un ciclo di radicalizzazione difficile da interrompere.
La questione investe direttamente anche l’UNRWA, chiamata a garantire che l’istruzione impartita nelle proprie scuole rispetti i principi di neutralità delle Nazioni Unite. Le accuse contenute nella testimonianza richiedono accertamenti puntuali e chiamano in causa la responsabilità di chi seleziona, forma e controlla il personale educativo.
Per l’insegnante, la ricostruzione di Gaza dovrà quindi comprendere una profonda revisione del sistema scolastico e un programma di contrasto alla radicalizzazione, che considera persino più importante del disarmo di Hamas. È nelle classi di oggi, sostiene, che si decide una parte essenziale della sicurezza di domani. Senza un cambiamento nell’educazione dei bambini, il rischio è che la fine della guerra lasci intatte le condizioni culturali che potrebbero alimentare il prossimo conflitto.

